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Sabato 19
settembre 2009
Storie dell'antica Sicilia.
Il racconto è
ispirato a una delle storie vere che mi raccontava
mia nonna.
La donna delle
pulizie
- Strano come il
destino riesca a tessere le sue trame -
mugugnava tra sé Concetta,
scostandosi nervosamente dalla fronte un
ciuffo di capelli che le infastidiva gli
occhi, quasi a scacciare di riflesso i pensieri che
la intristivano.
Era sabato mattina e
l'aspettava un notevole carico di lavoro. E poi, era stata
una sua impressione, oppure il professor Marco
Antonio De Tonis, che lei aveva cercato
accuratamente di scansare, passandole accanto le si
era sfrontatamente avvicinato fino a sfiorarla?
Lavoravano nello stesso antico palazzo del centro
storico nel capoluogo siciliano. Era
perciò inevitabile che spesso si trovassero a percorrere lo stesso
corridoio. Quando, procedendo in direzioni opposte,
capitava che si incrociassero, lei teneva gli occhi
bassi per schivare quelli di lui.
Capelli nerissimi,
occhi turchini, pelle abbronzata e abbigliamento
ricercato sotto il camice bianco, il dottor Marco
Antonio De Tonis, specialista psichiatra, la
guardava fiero dall'alto del suo metro e
ottantacinque di altezza e dalla sua carica di
caporeparto del Poliambulatorio.
Concetta, piccola di statura ma ben fatta, aveva di un
identico castano gli occhi e i lunghi capelli,
che ogni giorno, arrivata sul posto di lavoro, si
affrettava a raccogliere in un fermaglio con un
meccanico gesto della mano, perchè non le fossero di
intralcio nei suoi lavori di donna delle pulizie.
Sotto un grembiule verde di due taglie più grandi
della sua, indossava indumenti semplici, quasi
esclusivamente comprati ai saldi, ma che, bisogna
dire, abbinati con gusto da stilista, sapevano dare
un aspetto piuttosto piacevole alla sua poco
appariscente figura.
Abitava con la mamma ormai anziana in un piccolo
appartamento di periferia. Donna Rosalia, nonostante
gli acciacchi dell'età, era ancora autosufficiente.
Con la pazienza e la praticità che
l'avevano sempre contraddistinta si dedicava
alla coltivazione di piantine
di menta, basilico e prezzemolo che prosperavano
nell'angusto balcone della cucina grazie alle sue
tenere cure dispensate in pari merito anche al gelsomino e
alle rose rampicanti.
Da generosa donna,
temprata dagli stenti e da una vita difficile,
lavorava ai ferri scarpe da notte e
berretti di lana e li portava alla fiera di
beneficenza organizzata annualmente da giovani
volontari.
Inimitabili, poi, i suoi manicaretti, quelli
che preparava per rifocillare la
figlia di ritorno dal lavoro. Le rimproverava di non
mangiare mai abbastanza.
(*1) - Concettì, cietto ca
nun ti facissi mali pigghiari
na' para di chila, biniritta
figghia - le diceva magari mentre stava portando
a tavola la torta di mele, una ghiottoneria
preparata con le uova fresche delle galline nostrane
di comare Ciccina.
Sul desco domenicale
non dovevano mai mancare le tagliatelle. Farina e uova
erano i semplici ingredienti che le sue mani
riuscivano abilmente a impastare e a trasformare in
strisce sottili e friabili. Le preparava il sabato
sera e le metteva ad asciugare su una tovaglia a
quadri rossi e bianchi stesa sullo "scanaturi"
(*2).
Bastava poi sbollentare la pasta fresca per
pochi minuti e condirla con una
salsa di pomodoro, profumata con il basilico
coltivato in balcone, per gustarne la rustica delizia.
Concetta, dal canto suo, si augurava che tutto
questo durasse ancora a lungo. A parte qualche
amicizia risalente ai banchi di scuola, un paio di
anziane signore e un vecchietto del vicinato che le
volevano bene come a una nipotina, non aveva altri
affetti o parenti su cui poter contare. Suo padre,
Gaspare Fruttarelli, chiamato Asparino, era morto di
malaria e aveva lasciato, sole al mondo, la moglie e
la figlia di tre anni con la misera eredità di una
casa acquistata con i risparmi e il sudore di
contadino sotto il sole di Sicilia.
Rosalia lo aveva sposato per amore Asparino, cosa
assai rara ai tempi in cui si stipulavano matrimoni per procura o per
imposizione dei genitori. Aveva vissuto con il
marito momenti lieti e momenti difficili. Da amica,
compagna, amante.
Se non avesse avuto
quella bambina forse si sarebbe lasciata andare e lo
avrebbe raggiunto in fretta il suo Asparino nella
"terra al di là del fiume", quella
della canzuna
(*3)
che
cantarono i membri del coro al funerale inconsci dei
pensieri, all'occasione poco ortodossi, della
vedova...
- Dio, se voleva
bene alla vedova e all'orfanella - andava
delirando tra sé - glielo doveva lasciare nella
terra al di qua, ci l'avia a lassari Asparino...
l'altra sponda del fiume poteva aspettare... -
Comunque sia, per amore della sua creatura, da brava
donna del popolo dovette farsi forza e
rimboccarsi le maniche. Si era offerta di fare la cameriera
in casa De Tonis, la benestante famiglia di cui il
marito aveva coltivato le terre ereditate dagli avi.
Era stata assunta a patto che facesse pure da balia
a Marco Antonio, il bel moro che da piccolino non
aveva nulla del pomposo professore che sua figlia
avrebbe schivato anni dopo.
Al crescendo delle richieste di prestazioni
Donna Rosalia non aveva saputo opporsi nemmeno
quando Liborio De Tonis le aveva proposto, anzi
imposto, di diventare la sua concubina. D'altra
parte come avrebbe potuto, lei, povera ignorante
donna allo sbaraglio, difendersi dai contorti
ricatti morali di un erudito medico psichiatra? Dove
avrebbe potuto trovare il coraggio di rinunciare
all'allettante promessa di un "futuro
garantito" per la piccola Concetta come ricompensa?
Nella sua ingenuità non si era fatto strada il
sospetto che la promessa, nel tempo, si sarebbe
rivelata da marinaio.
Il dottor Liborio era stimato dalla gente.
Esercitava la sua professione tra i pazienti
dell'alta borghesia e se è vero che si faceva pagare
profumatamente è pur vero che non mancava di
partecipare alle opere di beneficenza.
In chiesa,
poi, ci andava ogni domenica, e con tutta la
famiglia a mo' di corteo.
Andava davanti lui a
braccetto della moglie ignara dei suoi sotterfugi. La signora Agatina, in statura e robustezza superava questo smilzo e
baffuto signore, ma gli era inferiore quanto a
scaltrezza e astuzia. A lei bastava poltrire nel
divano a leggiucchiare romanzetti o ciarlare di pizzi
e lazzi con le amiche mentre nella sala grande il
marito si divertiva, da esperto, a giocare a scacchi
con gli amici. Solo in occasione dei grandi pranzi
pasquali e delle cene natalizie Agatina dava una
mano a lucidare l'argenteria a cui teneva molto.
Nell'esiguo corteo, dietro la nobile coppia, seguiva Rosalia: con la mano
sinistra teneva la manina del piccolo Marco Antonio
e con la mano destra la manina della piccola
Concetta.
In chiesa le posizioni
si invertivano, per
accordi presi e a cui avevano dovuto adeguarsi
tutti. Rosalia sedeva nel banco davanti dando le
spalle ai signori. Aveva lasciato intendere a Liborio ed Agatina che
questo era il modo per loro di tenere sott'occhio il pargoletto che
diventava sempre più diavoletto e meno angioletto e
provava un insano piacere nel far dispetti a Concetta. Ma il
vero motivo di quella disposizione stava nel fatto
che Rosalia non
voleva avere davanti agli occhi quell'individuo, che
ancor più abominevole le appariva in chiesa in
presenza di Dio; una macchia di sporco nella sua
anima che solo un intervento delle sfere più alte
avrebbe potuto cancellare.
Liborio partecipava con intima soddisfazione alle
funzioni religiose, e ne usciva poi visibilmente contento per
aver gabbato Dio e il popolo.
Un infarto lo stroncò proprio una domenica mattina
all'uscita del sacro luogo quando i due ragazzi
erano ormai cresciuti. Concetta era cresciuta
non senza difficoltà per quella che era stata una forzata convivenza con
persone di più alto ceto
sociale, e per il carattere di Marco Antonio che
intanto si era chiaramente delineato somigliante a
quello di Liborio. Anche lui si credeva un padreterno,
tutto gli era dovuto.
Alla sua morte, Liborio De Tonis, insieme al dolore dei familiari
ebbe in premio un concitato coro di "brav'uomo,
timorato di Dio" e in addebito il segreto inneggiare
di Rosalia alla giustizia del Signore.
(*4)
- Ma
chi pisu pò dare u Signuri a lu vaneggiare di una
fimmina e per di più serva? -
avrebbe detto, nel suo siculo-italiano se ancora avesse
potuto sentirla e se ancora avesse potuto parlare!
Dopo la morte del suo
"datore di lavoro" Rosalia aveva lavorato ancora per
un anno al servizio della signora Agatina e poi si
era ritirata con la figlia, ormai maggiorenne, nella
loro casa in periferia.
Concetta, di indole
timida, sebbene incapace di esibire spavaldamente la sua
intelligenza superiore alla media, da quando aveva
cominciato a lavorare, poteva
finalmente permettersi di prendere lezioni di
piano una volta a settimana. La musica era una delle
sue grandi passioni. Un professorino
che aveva saputo riconoscere le sue innate capacità la
incoraggiava costantemente. Le aveva anche
fatto dono di un libro di solfeggio e di una copia di "Hanon,
il pianista virtuoso" per gli esercizi di agilità
delle dita.
Concetta Fruttarelli si era distinta
recentemente alla scuola media serale e ora si preparava per proseguire oltre con gli
studi. Voleva prendere almeno un diploma.
Era sostenuta da una forte
motivazione: raggirare il destino che l'aveva voluta
plebea insieme a sua madre!
Da piccola
aveva fatto le elementari dalle suore e poi De Tonis l'aveva mandata a badare a
galline e conigli.
Quante volte, la povera piccola, si era
addormentata nel suo lettino mentre leggeva con
fervida curiosità e sete di conoscenza un
libro illustrato rubato di nascosto a Marco Antonio.
Lui ne aveva tanti, li leggeva e poi li
accantonava sul piano di un
mobile nel tinello.
Mezzogiorno era passato da poco, e Concetta,
spettinata e sudata camminava ormai velocemente, sul
vecchio pavimento di marmo rosso, come in fuga da
quel posto.
Era un sabato particolarmente afoso e
con alle spalle una settimana di intenso
lavoro, avvertiva una stanchezza che le annebbiava
la vista e un
forte senso di nausea per tutti i cessi che aveva
pulito e per i discorsi
tra colleghi di lavoro che erano stati piuttosto
sgarbati e malevoli. Assorta nei suoi pensieri e priva della
lucidità del mattino, non badava pertanto a chi le
camminava accanto. Stava tornando a
casa, si sarebbe ristorata con le cibarie e l'affetto di mamma
e poi avrebbe riposato sul vecchio sofà ritappezzato di fresco.
Rosalia aveva voluto
tenerlo come cimelio quel sofà, in ricordo del
marito e dei lieti momenti vissuti in famiglia.
Nelle sere d'inverno erano soliti sedersi a
parlottare del bene e del male e a fare i conti
delle loro esigue risorse, confortati dal tepore di
una brace. Era poi arrivata la loro pupilla,
dopo essersi fatta attendere per molto tempo, e
mamma Rosalia ricordava come il micio di casa,
avvezzo a sonnecchiare in quel sofà, scappasse
spaventato dal battere di mani e dalle grida
di gioia dei genitori felici ai primi
balbettii della
piccola. Asparino poi... madre natura, beffarda,
l'aveva dotato di un vocione sprecato per le canzoni
campagnole che gli fu dato di cantare in vita.
L'accenno di sorriso nella bocca di Concetta, spontaneo al pensiero di quante volte la mamma le
aveva ricordato queste cose, si trasformò in
risentito stupore quando capì di essere in trappola:
qualcuno l'aveva seguita fin dentro
l'ascensore che cigolava come una carriola
arrugginita sottolineando inconsapevolmente
l'antipatia della situazione.
Gli occhi da gatto del "signorino", che aveva sempre
cercato di sfuggire, stavano incrociando
prepotentemente i suoi. Era costretta a tenerli a
bada. A sfidarli.
Lo vide chinarsi verso di lei e
sentì la barba del virile viso sulla sua femminile
guancia. La voce ora maschia di chi un
tempo ragazzino la chiamava "servetta" biascicò alle
sue orecchie una proposta che sentì percettibilmente viscida,
oscena, repellente.
La stessa ignobile proposta che sua madre aveva
ascoltato anni addietro dalla voce del padre di lui e a cui non aveva potuto,
o saputo, porre
veto.
Concetta avvampò. Di vergogna. E di rabbia. Per se
stessa. Per sua madre. Per suo padre.
Si ricompose.
Raccolse la sua
residua dignità.
E con composta
eleganza
sciorinò un NO dritto in faccia a Marco Antonio De
Tonis, figlio del fu Liborio De Tonis.
"I padroni" li
chiamava ancora, servilmente, sua madre. - Ma non più, da
oggi -
decise stizzita Concetta. Sentì in cuor suo di avere
finalmente riscattato Rosalia.
Le venne spontaneo
immaginare
che suo padre, affacciandosi da una finestra del
Paradiso, le stava facendo l'occhiolino. "Chissà" si
mise a fantasticare "magari parlando con un angelo minore
gli indica con fare orgoglioso l'angolino di Terra
dove la piccola da cui il Cielo impietoso l'ha
separato è ormai
una donna... Libera. Responsabile!"
Marco Antonio De Tonis
aveva creduto di poter tenere in pugno la figlia
della serva di suo padre, da sempre convinto che la
sua presenza le incutesse soggezione e "rispetto", ma negli occhi di lei che
ora lo guardavano
superbi e gelidi vide impressa la verità: era
sempre stata lei a snobbare lui e la sua scadente
anima di maiale!
"Signori si nasce e io lo
nacqui"
Antonio De Curtis
Evy
Traduzione delle frasi in dialetto siciliano:
(* 1 ) Concettì, certo che
non ti guasterebbe prendere un paio di chili , benedetta figlia.
(* 2 ) Tavola di legno
dove una volta si impastava la farina per preparare
il pane e la pasta e dove in estate si metteva a
seccare la salsa di pomodoro per la conserva.
(*3)
Canzone
(*4) Ma che peso può dare il Signore al vaneggiare
di una femmina e per di più serva?
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