Il racconto è ispirato a una delle storie vere che mi raccontava mia nonna.

 

 

La donna delle pulizie

 

- Strano come il destino  riesca a tessere le sue trame - mugugnava tra sé Concetta, scostandosi nervosamente dalla fronte un ciuffo di capelli che le infastidiva gli occhi, quasi a scacciare di riflesso i pensieri che la intristivano.

Era sabato mattina e  l'aspettava un notevole carico di lavoro.  E poi, era stata una sua impressione, oppure il professor Marco Antonio De Tonis, che lei aveva cercato accuratamente di scansare, passandole accanto le si era sfrontatamente avvicinato  fino a sfiorarla?   

Lavoravano nello stesso antico palazzo del centro storico nel capoluogo siciliano. Era perciò inevitabile che spesso si trovassero a percorrere lo stesso corridoio. Quando, procedendo in direzioni opposte, capitava che si incrociassero, lei teneva gli occhi bassi per schivare quelli di lui.

Capelli nerissimi, occhi turchini, pelle abbronzata e abbigliamento ricercato sotto il camice bianco, il dottor Marco Antonio De Tonis, specialista psichiatra, la guardava fiero dall'alto del suo metro e ottantacinque di altezza e dalla sua carica di caporeparto del Poliambulatorio. 

Concetta, piccola di statura ma ben fatta, aveva di un identico castano gli occhi e i lunghi capelli, che ogni giorno, arrivata sul posto di lavoro, si affrettava a raccogliere in un fermaglio con un meccanico gesto della mano, perchè non le fossero di intralcio nei suoi lavori di donna delle pulizie.
Sotto un grembiule verde di due taglie più grandi della sua, indossava indumenti semplici, quasi esclusivamente comprati ai saldi, ma che, bisogna dire, abbinati con gusto da stilista, sapevano dare un aspetto piuttosto piacevole alla sua poco appariscente figura.


Abitava con la mamma ormai anziana in un piccolo appartamento di periferia. Donna Rosalia, nonostante gli acciacchi dell'età, era ancora autosufficiente. Con la pazienza e la praticità che l'avevano sempre contraddistinta si dedicava  alla coltivazione di piantine di menta, basilico e prezzemolo che prosperavano nell'angusto balcone della cucina grazie alle sue tenere cure dispensate  in pari merito anche al gelsomino e alle rose rampicanti.

Da generosa donna, temprata dagli stenti e da una vita difficile, lavorava ai ferri  scarpe da notte e berretti di lana e li portava  alla fiera di beneficenza organizzata annualmente da  giovani volontari.     
Inimitabili, poi, i suoi  manicaretti, quelli che preparava per rifocillare la figlia di ritorno dal lavoro. Le rimproverava di non mangiare mai abbastanza.

(*1) - Concettì, cietto ca nun ti facissi mali pigghiari na' para di chila, biniritta figghiale diceva magari mentre stava portando  a tavola la torta di mele, una ghiottoneria preparata con le uova fresche delle galline nostrane di comare Ciccina.  

Sul desco domenicale non dovevano mai mancare le tagliatelle. Farina e uova erano i semplici ingredienti che le sue mani riuscivano abilmente a impastare e a trasformare in strisce sottili e friabili. Le preparava il sabato sera e le metteva ad asciugare su una tovaglia a quadri rossi e bianchi stesa sullo "scanaturi" (*2).  Bastava poi sbollentare la pasta fresca per pochi minuti e condirla con una salsa di pomodoro,  profumata con il basilico coltivato in balcone, per gustarne la rustica delizia.   
Concetta, dal canto suo, si augurava che tutto questo durasse ancora a lungo. A parte qualche amicizia risalente ai banchi di scuola, un paio di anziane signore e un vecchietto del vicinato che le volevano bene come a una nipotina, non aveva altri affetti o parenti su cui poter contare. Suo padre, Gaspare Fruttarelli, chiamato Asparino, era morto di malaria e aveva lasciato, sole al mondo, la moglie e la figlia di tre anni con la misera eredità di una casa acquistata con i risparmi e il sudore di contadino sotto il sole di Sicilia.

Rosalia lo aveva sposato per amore Asparino, cosa assai rara ai tempi in cui si stipulavano matrimoni per procura o per imposizione dei genitori. Aveva vissuto con il marito momenti lieti e momenti difficili. Da amica, compagna, amante.

Se non avesse avuto quella bambina forse si sarebbe lasciata andare e lo avrebbe raggiunto in fretta il suo Asparino nella "terra al di là del fiume", quella della canzuna (*3) che cantarono i membri del coro al funerale inconsci dei pensieri, all'occasione poco ortodossi, della vedova...

- Dio, se voleva bene alla vedova e all'orfanella - andava delirando tra sé - glielo doveva lasciare nella terra al di qua, ci l'avia a lassari Asparino... l'altra sponda del fiume poteva aspettare... -
Comunque sia, per amore della sua creatura, da brava  donna del popolo  dovette farsi forza e  rimboccarsi  le maniche.  Si era offerta di fare la cameriera  in casa De Tonis, la benestante famiglia di cui il marito aveva coltivato le terre ereditate dagli avi.  Era stata assunta a patto che facesse pure da balia a Marco Antonio, il bel moro che da piccolino non aveva nulla del pomposo professore che sua figlia avrebbe schivato anni dopo.

Al crescendo delle richieste di prestazioni  Donna Rosalia non aveva saputo opporsi nemmeno quando Liborio De Tonis le aveva proposto, anzi imposto, di diventare la sua concubina. D'altra parte come avrebbe potuto, lei, povera ignorante donna allo sbaraglio, difendersi dai contorti ricatti morali di un erudito medico psichiatra? Dove avrebbe potuto trovare il coraggio di rinunciare all'allettante promessa di un "futuro garantito" per la piccola Concetta come ricompensa? Nella sua ingenuità non si era fatto strada il sospetto che la promessa, nel tempo, si sarebbe rivelata da marinaio.

Il dottor Liborio era stimato dalla gente. Esercitava la sua  professione tra i pazienti dell'alta borghesia e se è vero che si faceva pagare profumatamente è pur vero che non mancava di partecipare alle opere di beneficenza.

In chiesa, poi, ci andava ogni domenica, e con tutta la famiglia a mo' di corteo.

Andava davanti lui a braccetto della moglie ignara dei suoi sotterfugi. La signora Agatina, in statura e robustezza superava questo smilzo e baffuto signore, ma gli era inferiore quanto a scaltrezza e astuzia. A lei bastava poltrire nel divano a leggiucchiare romanzetti o ciarlare di pizzi e lazzi con le amiche mentre nella sala grande il marito si divertiva, da esperto, a giocare a scacchi con gli amici. Solo in occasione dei grandi pranzi pasquali e delle cene natalizie Agatina dava una mano a lucidare l'argenteria a cui teneva molto. 
Nell'esiguo corteo, dietro la nobile coppia, seguiva Rosalia: con la mano sinistra teneva la manina del piccolo Marco Antonio e con la mano destra la manina della piccola Concetta.

In chiesa le posizioni si invertivano, per accordi presi e a cui avevano dovuto adeguarsi tutti. Rosalia sedeva nel banco davanti dando le spalle ai signori. Aveva lasciato  intendere a Liborio ed Agatina che questo era il modo per loro di  tenere sott'occhio il pargoletto che diventava sempre più diavoletto e meno angioletto e provava un insano piacere nel far dispetti a Concetta. Ma il vero motivo di quella disposizione stava nel fatto che Rosalia non voleva avere davanti agli occhi quell'individuo, che ancor più abominevole le appariva in chiesa in presenza di Dio; una macchia di sporco nella sua anima che solo un intervento delle sfere più alte avrebbe potuto cancellare.
Liborio partecipava con intima soddisfazione alle funzioni religiose, e ne usciva poi visibilmente contento per aver gabbato Dio e il popolo.
Un infarto lo stroncò proprio una domenica mattina  all'uscita del sacro luogo quando i due ragazzi erano ormai cresciuti.  Concetta era cresciuta non senza difficoltà per quella che era stata una forzata convivenza con persone di più alto ceto sociale,  e per il carattere di Marco Antonio che intanto si era chiaramente delineato somigliante a quello di Liborio. Anche lui si  credeva un padreterno, tutto gli era dovuto.
Alla sua morte, Liborio De Tonis, insieme al  dolore dei familiari  ebbe in premio un concitato coro di "brav'uomo, timorato di Dio" e in addebito il segreto inneggiare di Rosalia alla giustizia del Signore. 

(*4) - Ma chi pisu pò dare u Signuri a lu vaneggiare di una fimmina e per di più serva? - avrebbe detto, nel suo siculo-italiano se ancora avesse potuto sentirla e se ancora avesse potuto  parlare!
 

Dopo la morte del suo "datore di lavoro" Rosalia aveva lavorato ancora per un anno al servizio della signora Agatina e poi si era ritirata con la figlia, ormai maggiorenne, nella loro casa in periferia. 

Concetta, di indole timida, sebbene incapace di esibire spavaldamente la sua intelligenza superiore alla media, da quando aveva cominciato a lavorare,  poteva finalmente permettersi di  prendere lezioni di piano una volta a settimana. La musica era una delle sue grandi passioni. Un professorino  che aveva saputo riconoscere le sue innate capacità  la incoraggiava costantemente. Le aveva anche fatto dono di un libro di solfeggio e di una copia di "Hanon, il pianista virtuoso" per gli esercizi di agilità delle dita.

Concetta Fruttarelli si era distinta recentemente alla scuola media serale e ora si preparava per proseguire  oltre con gli studi. Voleva prendere almeno un diploma.

Era sostenuta da una forte motivazione: raggirare il destino che l'aveva voluta plebea insieme a sua madre!

 


Da piccola aveva fatto le elementari dalle suore e poi  De Tonis l'aveva mandata a badare a galline e conigli. 

Quante volte, la povera piccola, si era addormentata nel suo lettino mentre leggeva con fervida curiosità e  sete di conoscenza un libro illustrato rubato di nascosto a Marco Antonio. Lui ne aveva tanti, li leggeva e poi  li accantonava sul piano di un  mobile  nel tinello.

 


Mezzogiorno era passato da poco, e Concetta, spettinata e sudata camminava ormai velocemente, sul vecchio pavimento di marmo rosso, come in fuga da quel posto.

Era un sabato particolarmente afoso e con alle spalle una settimana di intenso lavoro, avvertiva una stanchezza che le annebbiava la vista e  un forte senso di nausea  per tutti i cessi che aveva pulito e per i discorsi tra colleghi di lavoro che erano stati piuttosto sgarbati e malevoli. Assorta nei suoi pensieri e priva della lucidità del mattino, non badava pertanto a chi le camminava accanto. Stava tornando a casa, si sarebbe ristorata con le cibarie e l'affetto di mamma e poi avrebbe riposato sul vecchio sofà ritappezzato di fresco.

Rosalia aveva voluto tenerlo come cimelio quel sofà, in ricordo del marito e dei lieti momenti vissuti in famiglia. Nelle sere d'inverno erano soliti sedersi a parlottare del bene e del male e a fare i conti delle loro esigue risorse,  confortati dal tepore di una brace.  Era poi arrivata la loro pupilla, dopo essersi fatta attendere per molto tempo, e mamma Rosalia ricordava come il micio di casa, avvezzo a sonnecchiare in quel sofà, scappasse spaventato dal battere di mani  e dalle grida di gioia dei genitori felici ai primi  balbettii della piccola. Asparino poi... madre natura, beffarda, l'aveva dotato di un vocione sprecato per le canzoni campagnole che gli fu dato di  cantare in vita.

L'accenno di sorriso nella bocca di Concetta, spontaneo al pensiero di quante volte la mamma le aveva ricordato queste cose, si trasformò in risentito stupore quando capì di essere in trappola: qualcuno l'aveva seguita fin dentro  l'ascensore che cigolava come una carriola arrugginita sottolineando inconsapevolmente l'antipatia della situazione.
Gli occhi da gatto del "signorino", che aveva sempre cercato di sfuggire, stavano incrociando prepotentemente i suoi. Era costretta a tenerli a bada. A sfidarli.

Lo vide chinarsi verso di lei e sentì  la barba del virile viso sulla sua femminile guancia. La voce ora maschia di chi un tempo ragazzino la chiamava "servetta" biascicò alle sue orecchie una proposta che sentì percettibilmente viscida, oscena, repellente.

La stessa ignobile proposta che sua madre aveva ascoltato anni addietro dalla voce del padre di lui e a cui non aveva potuto, o saputo,  porre veto.
Concetta avvampò. Di vergogna. E di rabbia. Per se stessa. Per sua madre. Per suo padre.
Si ricompose.

Raccolse la sua residua dignità.

E con composta eleganza sciorinò un NO dritto in faccia a Marco Antonio De Tonis, figlio del fu Liborio De Tonis.

"I padroni" li chiamava ancora, servilmente, sua madre. - Ma non più, da oggi - decise stizzita Concetta. Sentì in cuor suo  di avere finalmente  riscattato Rosalia.

Le venne spontaneo immaginare che suo padre, affacciandosi da una finestra del Paradiso, le stava facendo l'occhiolino. "Chissà" si mise a fantasticare "magari  parlando  con un angelo minore gli indica con fare orgoglioso l'angolino di Terra dove la piccola da cui il Cielo impietoso l'ha separato è ormai una  donna... Libera. Responsabile!"

Marco Antonio De Tonis aveva creduto di poter tenere in pugno la figlia della serva di suo padre, da sempre convinto che la sua  presenza le incutesse soggezione e "rispetto", ma negli occhi di lei che ora lo guardavano superbi e gelidi vide impressa la verità: era sempre stata lei a snobbare lui e la sua scadente anima di maiale!



"Signori si nasce e io lo nacqui"

Antonio De Curtis
 

Evy

 

 

 Traduzione delle frasi in dialetto siciliano:

(* 1 ) Concettì, certo che  non ti guasterebbe prendere un paio di chili , benedetta figlia.

(* 2 )  Tavola di legno dove una volta si impastava la farina per preparare il pane e la pasta e dove in estate si metteva a seccare la salsa di pomodoro per la conserva.

(*3) Canzone

(*4) Ma che peso può dare il Signore al vaneggiare di una femmina e per di più serva?