Pascal

 

- Un racconto di Riccardo Remis -

 

Prefazione:

Scrissi questo racconto diversi anni fa, in seguito alla lettura del volume di testimonianze "Fronte russo: c'ero anch'io", dal quale, narrate dagli stessi protagonisti,  emergevano mille storie di varia umanità, qualche volta tragiche, qualche volta eroiche, ma più spesso, semplicemente, storie di quotidiana lotta per la sopravvivenza. Queste vicende mi colpirono se possibile ancor di più perché mio nonno stesso aveva vissuto questa esperienza (e non solo questa, purtroppo, nel corso della Seconda Guerra Mondiale). Egli stesso qualche volta me ne parlava, sottolineando spesso l'umanità delle anziane contadine russe, alle quali doveva la vita.
Avverto i lettori che questa narrazione, il cui nucleo si basa su una vicenda realmente accaduta (che non mi sentivo di "tradire"),  non avrà lieto fine; anche se un certo scioglimento positivo si avrà, nell'animo del protagonista.

 

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- Sai che ti dico, Basile? Che preferirei mille volte essere là, in mezzo alla battaglia, piuttosto che qui a far la guardia a quattro isbe diroccate.-

 

Pascal si portò la sigaretta alla bocca, e aspirò nervosamente una boccata, stringendo ben bene le labbra intorno alla cartina per non inspirare l'aria gelida della steppa.

 Le detonazioni, il cui suono era reso cupo e basso dalla gran distesa di neve, erano andate diradandosi ed allontanandosi, fino a cessare del tutto.

- Già - fece Basile da dietro lo sciarpone, ricoperto da aghi di ghiaccio, che gli copriva la parte bassa del volto. - Lo sappiamo chi sei, quel che ti trovi appuntato sotto al pastrano! - Non c'era, nelle sue parole, altro che una semplice constatazione.

Gli occhi di Basile, piccoli e neri come olive, ebbero un guizzo di divertimento.

- Invece, sai cosa ti dico io? - E Pascal, guardandolo, indovinò un certo sorriso scaltro e un poco rassegnato che lo sciarpone nascondeva. - Che io me la sono già vista brutta più d'una volta... Insomma, che facciano un po' gli altri! -

Pascal, un poco scandalizzato, continuò a fissarlo, fino a che Basile non rise con più evidenza, per sottolineare lo scherzo.

- Che hai Pascal? Insomma, scherzavo... Tu devi essere sempre così serio! Lasciami fare un tiro. -

Basile abbassò lo sciarpone e s'infilò in bocca la sigaretta che il compagno d'armi gli passò.

- Quante ne hai ancora? - mormorò fra i denti.

- Poche - fece di rimando Pascal.

Si misero a scrutare la pianura innevata, silenziosa e deserta, e non poterono fare a meno di provare un senso di vuoto e smarrimento, di fronte ad un paesaggio cui non si erano ancora abituati, dopo cinque mesi di permanenza in terra di Russia. D'estate si poteva distinguere una strada tracciata dai carretti, una zona dove l'erba era più alta o il terreno pietroso, ma già dal primo autunno la neve cancellava inesorabilmente ogni appiglio per lo sguardo.

Pascal era sempre più nervoso; proprio il silenzio ora lo inquietava.

- Che diavolo sarà accaduto? -

- Che la battaglia è finita. -

- Smettila di scherzare! Ma non vorrei che i nostri... - Pascal non ebbe il coraggio di terminare la frase.

- Basta star qui ad aspettare. Se vedremo bolscevichi venirci incontro da ogni parte, vorrà dire che...-

- Maledizione! Maledizione! Ridammi la sigaretta, Basile! Se tu non fossi mio amico, vedi farei presto a farti smettere di scherzare! -

Ricominciando a fumare, Pascal prese a dire:

- Vorrei essere là, fare il mio dovere! Il mio dovere. L'ho promesso a mio padre, prima di partire. Sai, Basile, mio padre è stato decorato nella guerra del '15 -

- Buon sangue non mente. -

- Il mio dovere di soldato per l'onore della Patria. -

Basile, istintivamente, infilò una mano sotto al pastrano, e strinse qualcosa che gli ciondolava sul petto. La medaglietta di Sant'Antonio che gli aveva dato sua madre il giorno della partenza da Napoli.

- Io a mia madre ho promesso... di riportare a casa la pelle! Mio padre è morto parecchi anni fa, e lei s'è messa a girare con un carretto a vendere di casa in casa la verdura, per tirare su noi tre. E ora che eravamo in grado di far la nostra parte... uno in Africa, l'altro in Grecia... e io qui. -

Basile fissò tristemente lo sbarramento di filo spinato che era stato frettolosamente approntato per proteggere quella parte del paese, nell'eventualità che i Russi fossero riusciti a giungere fin lì per occuparlo; il freddo era tale che cristalli di ghiacci erano cresciuti sulle punte di metallo. Basile, sentendosi i piedi intorpiditi, iniziò a pestare la neve.

- Sta facendo sempre più freddo. - osservò.

Pascal alzò lo sguardo al cielo.

- E' sempre più scuro. - disse - Non vorrei che... Andiamo alla postazione. Non ce la faccio più a star fermo. -

I due soldati s'avviarono lungo lo sbarramento di filo spinato. Ad un tratto, Pascal gettò il mozzicone e prese a dire:

- A non fare il proprio dovere, vedi quello che accade: se gli Ungheresi avessero resistito ancora un poco all'attacco, saremmo arrivati noi e i Tedeschi di rinforzo, e quei maledetti Russi non avrebbero sfondato... -

Basile scosse mestamente il capo.

- Mah, non so, Pascal. Se erano solo armati e comandati come noi... -

- Non toccarmi su questo punto, Basile! Lo sai come la penso, io che per eseguire un ordine non esiterei a farmi ammazzare senza batter ciglio. Si può andare a far la guerra così, alla ventura? Altro che i Tedeschi! Perché loro hanno quell'olio speciale che non gela nelle armi? E l'antigelo per i camion, che noi dobbiamo tenere in moto notte e giorno, e che dire poi di quei loro Tigre! Altro che i nostri giocattolini! Fanno bene, i tedeschi, a sfotterci; come chiamano le nostre carovane di muli? -

Basile osservò che le carovane di muli erano state le uniche a non impantanarsi nel fango, quell'autunno, mentre proprio i Tedeschi erano rimasti indietro con camion e cingolati.

I due soldati erano giunti presso ad un avanzo di muro, appartenuto a chissà quale edificio, che emergeva dalla neve di un paio di braccia, e forniva un po' di riparo per le sentinelle. Proprio di fianco a quei resti, il filo spinato s'interrompeva per un breve tratto in corrispondenza della strada d'accesso al villaggio.

Basile s'appoggio con la schiena al muro, e prese ad osservare le isbe semidistrutte, sparse in una larga conca che il terreno formava in quella zona: di abitabili non ne rimanevano che tre o quattro, in punti diversi dell'abitato. Erano stati i Tedeschi a occupare il villaggio, un mese e mezzo prima. Evidentemente, avevano incontrato resistenza.

Pascal ora se ne stava ritto al varco del filo spinato, con la carabina diritta dietro alla schiena, puntata al cielo.

Iniziava a levarsi un vento gelido che non prometteva nulla di buono; e il cielo aveva il colore del piombo, ed era quasi buio sebbene mancasse più di un'ora al tramonto.

Basile chiamò il compagno:

- Pascal, vieni qui a ripararti un poco. Do io un'occhiata. -

A causa del vento sempre più forte, Pascal non ebbe modo di udire che qualche parola indistinta; ma ad un cenno di Basile tornò versò il muro.

- Tanto penserà la tempesta a far fuori chiunque si trovi allo scoperto. -

- Già - fece Pascal, accovacciandosi dietro al muro. - Anche i nostri, a meno che non siano riusciti a raggiungere qualche villaggio! -

Basile a fatica si portò fin sulla strada: le folate erano sempre più violente, e ora iniziavano a caricarsi di aghi di ghiaccio che spazzavano sulla pianura.

Passò un minuto, poi Basile urlò:

- Ci mancava anche questa! Pascal, andiamocene! Finiremo come statue... e poi non si vede a cinquanta metri! -

Pascal sbucò da dietro al muro:

- Vattene tu, se vuoi! Io resto, ad aspettare ordini. -

- Ma quali ordini? Quelli se ne stanno rintanati nelle isbe... e chi ci pensa a noi! -

- Rimango io. Io sono il capo-guardia! -

- Pascal... non fare il pazzo... rischiare la pelle va bene... ma per... -

Basile s'interruppe bruscamente. Fissava la pianura in una direzione.

Pascal gli venne accanto, e gli pose una mano sulla spalla:

- Torna al comando! - gli urlò all'orecchio, ma Basile rimase immobile, gli occhi fissi sulla pianura.

- Ma che hai? -

- Mi pare... mi pare... che ci sia qualcuno? -

- Qualcuno, come... -

- Là! -

Fra i turbini della tempesta anche Pascal intravide un'ombra scura, che avanzava lentamente verso la loro postazione.

- Mettiamoci dietro al muro! - disse Pascal, dopo un attimo di esitazione causato dallo stupore.

I due soldati si misero al coperto: di tanto in tanto, Pascal sporgeva il capo scrutando le mosse dello sconosciuto.

- Che fa? - chiese Basile.

- S'avvicina ancora. - rispose Pascal imbracciando la carabina.

Attesero ancora un paio di minuti: ora la figura si vedeva distintamente, piuttosto alta, ricoperta da un lungo pastrano di foggia militare; il volto era quasi completamente coperto da una sciarpa scura.

Pascal si decise, e senza scoprirsi diede il chi va là; ma lo sconosciuto continuava ad avanzare verso di loro.

- Prova in russo! - suggerì Basile.

Ma anche in quella lingua l'avvertimento non diede alcun frutto.

- Maledizione, con questa tempesta non ci può sentire! -

Ormai lo sconosciuto era a trenta metri da loro.

- Adesso esco e la faccio finita! -

Pascal balzò allo scoperto, con la carabina spianata in direzione dell'uomo, e gli intimò di alzare le mani. Ora non poteva non accorgersi di lui! Ed in effetti, egli s'arrestò. Guardò nella direzione di Pascal, senza tirar fuori le mani dalla tasche; poi prese ad avanzare come se nulla fosse.

- E' pazzo! - urlò Pascal. Gli intimò di arrestarsi subito e alzare le mani; ma senza alcun esito.

- Basta! Adesso gli sparo! -

Puntò la carabina, ma una mano afferrò la canna e la fece abbassare.

- No fermati! Aspettiamo che s'avvicini ancora. -

Carichi di tensione, i due soldati attesero fino a che lo sconosciuto fu ad una ventina di passi da loro. Solo allora, egli parve accorgesi di loro, e li guardò; estrasse le mani dalle tasche del cappotto, come per mostrare che non era armato. Pascal e Basile lo osservarono avvicinarsi ancora col capo chino per tagliare il vento gelido. A dieci passi da loro finalmente lo sconosciuto si arrestò, e alzò il capo.

Aveva un paio d'occhi azzurri, limpidi e fieri, che per un istante incantarono i due compagni. Poi Pascal si mosse, sempre tenendo l'uomo sotto tiro, per andare a perquisirlo. Lo sconosciuto allora abbassò la sciarpa che gli nascondeva il volto. Fu come se la tempesta tacesse d'improvviso, e la pianura sparisse agli sguardi dei due soldati: quello che essi videro era un volto di donna. Aveva la fronte ampia e gli zigomi un poco sporgenti, e i lineamenti marcati, come scolpiti nel ghiaccio; ma il mento sottile, le guance lisce e il naso piccolo gli donavano una singolare grazia femminile.

I due soldati impiegarono non poco a riprendersi dallo sbalordimento; la donna si era ricoperta il volto, ed aveva ripreso a camminare in direzione del varco attraverso il filo spinato.

Pascal esitò un poco, poi le si parò davanti, urlandole di tornare indietro; ma la donna sembrò neanche udirlo, e attraversò il posto di guardia, passando proprio di fronte ai due soldati. Allora Pascal gli si gettò davanti, puntandole addosso alla carabina:

- Indietro! - urlò ancora in russo.

La donna ebbe un istante di esitazione.

- Lasciala passare, Pascal! - urlò Basile. - Dove vuoi che vada? -

Pascal si voltò verso il compagno:

- Ma abbiamo l'ordine ... - Una folata di vento gli spezzò la voce. Urlò più forte : - Abbiamo l'ordine di non lasciare né entrare né uscire nessuno, civile o ... -

Ma la donna si era riavviata, incurante della minaccia della carabina, come se i due militari fossero occupati in una discussione che non la riguardasse.

La tempesta infuriava, e alla neve sollevata dalla pianura ora s'aggiungeva quella che cadeva del cielo; fra gli aghi di ghiaccio turbinanti, dalla parte del paese, si sentì urlare:

- Pascaaal! Basiiile! Tornate al comando! -

- E' il tenente Sargìa! - esclamò Basile. - Vieni, Pascal, andiamocene prima che sia tardi! Maledizione, maledizione a te e alla tua mania per gli ordini! -

S'avviarono lungo la linea della strada che scendeva verso il villaggio. La donna camminava davanti a loro, apparentemente sicura sulla direzione da seguire.

Sbucò Sargìa da un turbine della bufera. Aveva il volto quasi completamente bendato da una striscia di telo, fatta eccezione per una sottile striscia all'altezza degli occhi.

Dapprima vide la donna, e s'arrestò incuriosito, mentre lei gli passava proprio di fronte; poi, vedendo Pascal e Basile, si fece loro contro:

- Ma chi diavolo è? -

Pascal non rispose, Basile scosse la testa dicendo:

- Che ne so? E' arrivata dalla pianura. -

- Arrivata ? - urlò.

- E' una donna! -

- Una... - prese a dire Sargìa.

- Andiamo! Andiamo! -

Camminavano a testa bassa, quasi in sfida al vento che soffiava contro di loro; sentivano che i vestiti non li proteggevano più, e i loro corpi si raffreddavano. Il vento, il vento più ancora che il freddo costituiva una terribile minaccia; e loro, pur essendo l'inverno appena agli inizi, avevano avuto più volte il modo di sperimentarlo. Percorsero un centinaio di metri, fino a giungere fra le rovine delle prime isbe: sembrò loro di aver percorso dieci volte quella distanza, e più d'una volta temettero d'essersi smarriti nella bufera, che lasciava loro solo pochi metri di visuale. Talvolta intravedevano la donna camminare davanti a loro, con stupore notarono che ella pareva quasi insensibile alle avversità atmosferiche.

- Ma dove diavolo sta andando? - urlò Sargìa, volgendosi indietro ai due commilitoni. Non risposero nulla, e allora Sargìa, con un supremo sforzo, guadagnò quel tanto di terreno per portarsi davanti alla donna: le si accostò, le fece dei segni di seguirli.

Impiegarono dieci minuti per giungere fino alla più vicina isba che offrisse ancora riparo, e quando riconobbero la sua forma irregolare, un tratto di steccato che spuntava dalla coltre di neve, e un piccolo riparo di legno per gli animali, addossato ad una delle pareti, capirono di essere salvi dalla furia della bufera.

Sargìa spalancò l'uscio, entrò nell'isba, mentre la donna se ne stava ferma sulla soglia. Entrarono poi gli altri due soldati. Avvertirono l'odore dei corpi umani e un certo sentore di fumo nell'aria stagnante; avvolti negli abiti gelati ancora non percepivano il calore della stanza. Alla poca luce di due lampade, videro uomini stesi sul pavimento di legno, su teli o coperte; qualcuno era seduto, con la schiena appoggiata ad una parete.

- Pascal! - disse il sergente Cresta, con il suo accento Bergamasco, - E che? Avevi bisogno che ti venissero a chiamare? O forse ti dovevamo venire a prendere domani mattina, bello duro come un baccalà? -

Qualcuno rise. Una ventata d'aria gelida entrò nell'isba.

- Avanti, venite avanti! E chiudete 'sta maledetta porta! -

Basile si voltò verso l'uscio aperto: vide che la donna era rimasta fuori, accanto allo stipite; la fece entrare, con un cenno di rassicurazione.

Ci fu un attimo di silenzio, la sorpresa dilagò sui volti dei soldati; poi qualcuno disse:

- Ohe, abbiamo ospiti! Chi è? Dove l'avete beccato? Una spia? -

Nessuno, nella semioscurità, parve accorgersi del sesso dello sconosciuta, muta e immobile davanti a loro, con il volto semicoperto.

- E' una donna. - disse Basile.

Di nuovo lo stupore zittì i soldati, finché la solita voce osservò:

- Meglio, no! -

Ma il sentimento dominante, tra quel gruppo di ventenni, era l'imbarazzo: qualcuno, istintivamente si alzò in piedi, e s'aggiustò la divisa.

La donna avanzò fino al centro dell'isba, sotto ad una delle due lampade che pendeva dal soffitto, e abbassò la sciarpa, incrostata di fiochi di neve, che le ricopriva il volto; tutti la fissarono, ma ella fieramente sostenne gli sguardi, finché qualcuno disse:

- La vecchia! Fatela parlare con la vecchia! -

Un'anziana donna, la padrona dell'isba, se ne stava seduta accanto alla stufa, rammendando alcuni malandati vestiti dei soldati alla luce che filtrava dallo sportello socchiuso. Gli italiani, che pur da padroni avevano occupato la sua casa, impegnandosi in qualche lavoretto di riparazione, procurando legna e scambiando qualche genere alimentare, avevano conquistato la fiducia della donna, che ora quasi li trattava come figli, e riparava i loro abiti. Ci si intendeva a forza di gesti e parole smozzicate, per quel tanto che bastava ad indicare gli oggetti di prima necessità.

- Allora, nonna, guarda un po' chi hai qui! Un ospite in più! -

La vecchia intese qualcosa, e alzò il capo, mostrando il suo volto rugoso; guardò verso il centro dell'isba e si mise in piedi, lentamente. La sconosciuta non si mosse, attese che la vecchia le giungesse di fronte. Si guardarono per un attimo, senza far parola; poi si scambiarono qualche parola: i soldati, che stavano con le orecchie tese, non intesero nulla, se non il nome “Sonia” .

Pascal si sfilò il pastrano, appoggiò la carabina al muro e s'accovacciò di fronte ad alcuni compagni. Basile attraversò la stanza per andare a scaldarsi accanto alla stufa.

Il vento di tanto in tanto soffiava più forte, scuotendo le parti in legno dell'isba; spifferi d'aria gelida s'insinuavano da ogni piccola fessura.

- Ci son novità? - chiese Pascal.

- Che novità vuoi che ci siano? - fece Sargìa. - Ne sappiamo quanto te. Non abbiamo la radio, e non è arrivata nessuna staffetta. -

- Sino a mezz'ora prima dell'inizio della tempesta si sparava ancora. -

- Anche noi l'abbiamo sentito... -

- Sapete, ragazzi? - fece un piccolo veneto dall'aria consunta e dagli occhi incavati.- Io certe volte... certe volte non son così sicuro che questa guerra la vinceremo... -

Pascal lo guardò con stizza.

- Quanti bolscevichi, quanti carri armati ci son dietro 'sto fiume? Dove finisce 'sto maledetto paese... -

- Sta' zitto! Non dire stronzate! - sbottò Pascal - Questa guerra nonostante tutto la vinceremo! E' appena iniziata, questa guerra! -

Sargìa toccò una spalla a Pascal, bisbigliando:

- Sta' buono, Giorgio. Ha la febbre. -

- E allora? Io certi discorsi non li voglio neanche sentire! -

Il veneto, che si chiamava L., poggiò il capo contro la parete; a voce bassa prese a parlare come tra sé:

- I Russi... quei volantini... l'avevano detto che l'inverno...le bufere... -

Arrivò Basile, e s'accovacciò di fianco Pascal.

- E' incinta. - disse. E tacque, guardando i compagni negli occhi.

- Incinta? - fece Pascal, stupito. - Non ce ne siamo neanche accorti. -

- Non si vede molto, neanche senza il cappotto. -

Pascal voltò il capo verso il lato opposto della stanza. Al chiarore intermittente emanato dalla stufa spiccava la sagoma alta e diritta di Sonia, con la linea del ventre appena pronunciata. La vecchia era tornata a sedersi al suo posto, intenta al suo lavoro di cucito.

- Un'altra gatta da pelare! - disse Pascal, tornando a volgersi verso i compagni. - Sento che ci porterà dei guai. -

- Ma che vuoi fare, Pascal? - disse Sargìa sottovoce, come se lo donna potesse intendere le loro parole. - Non senti che bufera c'è in aria? -

Il vento di tanto in tanto soffiava più forte, scuotendo le parti in legno dell'isba; spifferi d'aria gelida s'insinuavano da ogni piccola fessura.

Pascal ebbe un attimo di esitazione, poi aggiunse:

- Ma.. quanto manca? Non vorrei che... Ci mancherebbe anche questa! -

- Non so, - rispose Basile - Bisognerebbe provare a chiederglielo. Ma non si può mai sapere. Una volta una donna del mio paese... -

- Piuttosto... - interruppe Sargìa - Dove la mettiamo a dormire? C'è solo un letto qui dentro, e lo occupa la vecchia. -

- Ti preoccupi anche? - fece sarcastico Pascal. - Dormirà come facciamo noi! -

- Be' - disse Basile - Ora perché non mangiamo? -

I compagni approvarono: dagli zaini sbucarono poche scatolette di carne, che decisero di far scaldare sulla stufa.

- Beati i Tedeschi! - esclamò Basile ridendo - Loro hanno i carri della cuccagna... Noi sempre a mangiar scatolette! -

La vecchia per parte sua tirò fuori un po' di patate da una nicchia sotto al pavimento, e le mise ad arrostire.

- Avessimo un po' di liquore... Vi ricordate quando ho trovato quel carro della cuccagna in fondo ad una balka? -

Mentre facevano scaldare la carne, davano di tanto in tante delle occhiate incuriosite a Sonia, che s'era seduta in un angolo, sull'unica sedia dell'isba. Lei sosteneva senza imbarazzo il loro sguardo, non nascondeva i suoi occhi calmi ed immobili.

Si fece un po' d'interrogatorio alla vecchia, per veder di cavarne qualche informazione, ma senza alcun risultato; forse non sapeva nulla, o non voleva rivelare quello che sapeva, la sola cosa che fece capire è che la donna si chiamava Sonia, ed aspettava un bambino.

- Sì, ma ce l'ha un uomo? - chiese Basile alla vecchia.

- Sicuramente ce l'ha avuto! - esclamò qualcuno, e una risata si levò dai militari sistemati in quel lato dell'isba.

La vecchia non rispose nulla, si rimise a girare le patate sotto la brace.

Mangiarono in silenzio, ascoltando il rumore della bufera; Sonia consumò due o tre patate. Più tardi si misero a discorrere, e l'argomento principale fu la misteriosa donna russa che era capitata fra loro.

- Potrebbe anche essere una spia. - disse Pascal. - Bisogna tenerla d'occhio. -

- Una spia! Una donna? - disse Basile.

- Ebbene? Non abbiamo già forse visto con i nostri occhi donne russe combattere come partigiani? -

- Già, sì. -

- Queste donne russe son capaci di tutto. - osservò Sargìa.

Allora intervenne un Cagliaritano dal volto precocemente invecchiato; giurò che un giorno gli era capitato di vedere una donna alla guida di un T-34.

- Può darsi, è il clima che le fa diventar così. Sono come i cavallini russi, che tirano le nostre slitte a trenta sotto zero. I nostri cavalli dall'Italia sono schiattati agli inizi di novembre... -

- Io se potessi portarmi a casa una di queste belle ucraine... Non la metterei mica a tirare il carretto! -

Ci fu una risata, qualcun altro ricordò di aver visto donne russe lavorare come muratori, poco prima che arrivasse la neve, per riparare le isbe danneggiate.

- Pigiano la malta in grosse buche, come le nostre il mosto nei tini. -

Mentre parlavano, la vecchia aveva sistemato Sonia, ancora vestita, nel suo letto, di fianco alla stufa. Basile se ne accorse, e guardò gli altri con espressione preoccupata.

- Sarà stanca. - osservò.

La vecchia aveva spostato la sedia accanto al letto, e vi si era seduta come in attesa. Poi, dopo una mezz'ora, in cui Sonia rimaneva silenziosa, come se dormisse, la vecchia s'alzò e andò verso un angolo della stanza. Accese una candela, e la luce illuminò una piccola tavola dorata, poggiato su una mensola, che ritraeva una madonna con un bambino. I soldati la fissavano, intenti ad ogni sua mossa: preoccupati, si scambiavano brevi domande.

- Che è? -

- Che succede... -

- Dio non voglia che... -

Basile, che per dono naturale meglio si sapeva intendere con i russi, s'avvicinò alla vecchia, chiedendole spiegazioni. Ma proprio allora, quando era giunto di fianco al letto, udì Sonia emettere un gemito soffocato. Il soldato guardò in volto la giovane donna, vi lesse una certa sofferenza.

- Che c'è, che accade? - chiese alla vecchia, quasi sbarrandole il passo mentre tornava verso il letto. La padrona di casa fece pochi gesti: c'era che il bambino voleva nascere.

- Sta per partorire! - esclamò il soldato, rivolgendosi ai compagni.

Si levò un ridda di esclamazioni; quasi tutti si levarono in piedi, qualcuno osò avvicinarsi al letto.

Il bergamasco prese a spiegare animatamente come partorivano le mucche e le cavalle, e dove bisognava premere, e come bisognava comportarsi.

- Ma non è mica una bestia! - osservò qualcuno scherzosamente. Ma l'ansia, l'imbarazzo erano ormai palpabili, inquietavano quei soldati di vent'anni più che l'attesa di una battaglia. Che ne sapevano loro di quelle cose?

La vecchia fece capire che bisognava preparare dell'acqua calda, far bollire delle pezze. Sargìa uscì,  s'offrì volontario per andare a prendere della neve: non appena egli aprì l'uscio, una ventata d'aria gelida, carica di neve, investì i soldati. Dopo cinque minuti Sargìa era di ritorno, con una mastello che aveva trovato nel capanno degli attrezzi.

- Maledizione, ragazzi! - esclamò, appena entrato. - Ho avuto paura di morire, ed ero a cinque metri dalla porta dell'isba! Il vento che ti soffia contro... ti manca il respiro. -

Alcuni presero a riempire di neve le loro gavette, che poi posero sulla piastra della stufa; intanto Sonia sembrava soffrire di più, di tanto in tanto gemeva, s'irrigidiva come per sopportare il dolore senza urlare. La vecchia se ne stava seduta al suo fianco, osservando di tanto in tanto la forma del suo ventre.

- Allora nonna, come va? - chiese Basile alla vecchia. - Quanto manca? -

La vecchia scosse le spalle, e non diede risposta.

Pascal se ne stava nell'angolo opposto dell'isba, accanto al piccolo veneto sprofondato nel sonno agitato della febbre; non dava segno di partecipare all'agitazione che muoveva i compagni: ma come, che loro, dei soldati italiani, erano venuti in Russia per far da levatrici?

Passò una mezz'ora, poi la vecchia fece intendere che avrebbe dovuto spogliare Sonia; Basile, con grande sollievo dei commilitoni, venne fuori con l'idea di tirare un filo fra le due pareti dell'isba, e di appenderci delle coperte, in modo da fare un po' di riparo. Da qualche parte il filo venne fuori; quanto alle coperte, un po' a malincuore due soldati cedettero le loro; e il riparo fu fatto.

Intanto l'acqua quasi bolliva, ci voleva un contenitore più grande per far bollire le pezze, e la vecchia tirò fuori una pentola di rame da una rozza cassapanca di fianco alla stufa. Poi la donna sparì dietro il riparo improvvisato, nascosta alla vista dei soldati. Passarono dieci minuti, durante i quali s'udivano dei gemiti a intermittenza; poi Basile ebbe l'ardire di scostare un poco una delle due coperte, sporse solo il capo nell'altro ambiente, e vide che Sonia ora dormiva sotto una coperta, mentre la vecchia la vegliava standosene sulla sua sedia. Non era ancora il momento, dunque!

Basile riferì la cosa ai compagni. Ora tutti parlavano bisbigliando, e se qualcuno s'alzava, teneva i piedi leggeri sull'impiantito, per non provocare rumore. S'udiva il soffiare del vento, un suono ora divenuto basso e costante, quasi narcotico.

Erano ormai le dieci della sera, sembrava che il buio durasse da un tempo interminabile; la stanchezza finì per vincere la tensione dell'attesa, e molti s'arrotolarono nelle loro coperte e si misero a dormire.

Pascal s'era seduto contro una parete dell'isba, con la carabina poggiata al suo fianco. Quasi senza avvedersene cadde nel sonno, ed ebbe un sogno. Dapprima si vide in un podere delle sua cascina, insieme a suo padre, sul ripido versante di un vallone ricoperto da gaggie. Suo padre lo guardava mentre lui stava abbattendo una gaggia a colpi d'accetta; la scena sembrava reale, ma i colori erano più vividi, i rumori più sonori, gli spazi più estesi. Pascal udiva il battere dell'accetta sul tronco solenne come il rintocco di una campana. Poi la scena cambiò: ora l'albero era un gran noce, e il terreno la ripa che scendeva sul grande fiume che li divideva dai russi. Pascal aveva già vissuto realmente quell'esperienza, quando, non appena i soldati italiani erano giunti lungo il fiume, s'era offerto volontario per abbattere un noce che ostacolava il tiro della mitragliatrice appostata sulla cima della ripa. Il rischio era stato mortale, per l'elevata probabilità di essere udito dai russi e preso a colpi di mitraglia. Per quel gesto, Pascal aveva ricevuto una medaglia, che teneva sempre appuntata sotto al pastrano.

Nel sogno, Pascal era totalmente allo scoperto, senza neanche la copertura di alberi più piccoli. Inesorabile, egli colpiva il tronco con tutta la sua forza, e le schegge di legno sibilavano come proiettili. Poi, ecco, udì un crepitio lontano di mitraglia; lo scoppiettio diveniva più forte, ma lui, insensibile alla paura, continuava a far cadere l'ascia. Fu colpito: i proiettili gli trapassano il ventre, ma lui non provava dolore, e continuava imperterrito nella sua opera. Colpiva e colpiva il tronco, con sempre maggio violenza. Ora i proiettili lo colpivano alla schiena, sentiva il rumore delle ossa spezzate. Il sangue gli scorreva giù per le braccia e le gambe. Le raffiche continuavano, strappavano brandelli di carne che cadevano tutto intorno. E Pascal continuava a far calare la scure con furia cieca...

Un urlo irruppe nel torpore sonnolento che riempiva l'isba. I soldati ebbero un sobbalzo, chi dormiva si destò all'improvviso, guardandosi attorno fra lo smarrimento e la paura. Pascal s'era d'un tratto svegliato, sconvolto dall'incubo. Qualcuno accorse presso di lui, lo videro sudato e tremante, come in preda alla febbre.

- Che hai, Pascal? - chiese Basile - Che hai visto? -

- Niente, niente... - rispose - Un incubo... -

Alle ulteriori insistenze di Basile, Pascal urlò:

- Basta! Sono affari miei, lasciami stare, lasciami stare... - E appoggiò il capo alla parete dell'isba, tenendo lo sguardo fisso nel vuoto.

Un grido di sofferenza sovrastò il cupo soffiare del vento. Era Sonia! Che accadeva, adesso? Alcuni soldati, già destati dall'urlo di Pascal, s'alzarono e andarono verso la tenda, Sargìa infilò il capo fra le due coperte, e tornando a rivolgersi ai compagni, disse:

- Ragazzi, sembra che il momento si stia avvicinando! -

- Sì, ma è normale? Non ci son pericoli... - chiese Basile.

- La vecchia, sa lei cosa fare, non sarà la prima volta che si trova a far da levatrice. -

Ma i soldati caddero in preda ad una tensione palpabile, presi dall'ansia per quello di misterioso che stava avvenendo dietro alle coperte. Di tanto in tanto Sonia gridava, e quelle grida li trafiggevano come tante fucilate.

- Ma che le fa, che le fa? - andava chiedendo Basile.

- Sta tranquillo, sta tranquillo ... -

Basile, per tutta risposta tirò fuori una sigaretta, e si mise nervosamente a fumare.

Trascorse un quarto d'ora, durante il quale continuarono ad udire gemiti, grida soffocate, e rumori della pentola tolta e messa sulla piastra della stufa. I soldati erano sempre più nervosi. Lo stesso Sargìa, s'era messo a fumare, e batteva continuamente un piede sull'assito. S'udì un altro grido.

- Basta! Basta! - esclamò Pascal, alzandosi all'improvviso. Nessuno più aveva badato a lui. Prese il pastrano, se l'infilò, s'avvolse il capo con una sciarpa. E si precipitò alla porta. Basile gli si parò davanti.

- Pascal, dove vai? Sei pazzo, vuoi lasciarci la pelle! -

- Vado a prendere l'ufficiale medico! -

- L'ufficiale... ma è dall'altra parte del villaggio! Sarebbe un suicidio! - Ma Pascal, divincolatosi con un strattone, aprì l'uscio, e si gettò nella tempesta. Basile fece per seguirlo, ma Sargìa lo fermò:

- Meglio che sia solo sulla slitta, farà prima. -

S'udì trambusto nel capanno addossato all'isba, poi un nitrire di cavallo.

- Basta, io vado lo stesso! - esclamò Basile, infilandosi il pastrano. E si gettò anche lui fuori dall'isba.

I compagni d'armi, rimasti nell'isba, pensavano ora ai due temerari, ora alla donna che gemeva nel letto dietro alle coperte. Udendo il suono cupo della tempesta, Sargìa si rimproverò di lasciar correre quel rischio a due dei suoi uomini. Il tutto per una donna russa, una donna del popolo nemico! Ma anch'egli era turbato per quello che stava avvenendo dietro alla tenda. Fosse stato in un'altra isba, almeno! Se ne fosse andata da un'altra parte, quella donna!

Trascorsero dieci minuti, venti minuti, mezz'ora, e Pascal non tornava. Quell'attesa era carica di un'angoscia che i soldati non avevano mai provati. Sonia lì, a gemere a gridare, Pascal e Basile in mezzo alla tempesta: avrebbero potuto smarrirsi, morire congelati. Nessun uomo avrebbe potuto resistere per più di mezz'ora sotto quel vento gelido!

La porta dell'isba si spalancò, entrò una figura dai vestiti incrostati di ghiaccio e neve; tirò giù la sciarpa che gli nascondeva il volto. Era Pascal. Respirava affannosamente, come stesse per soffocare; poi alle sue spalle sbucò Basile, dicendo:

- Grazie Sant'Antonio! Questi cavallini russi sono un fenomeno! -

Entrò anche l'ufficiale medico, con la borsa dei medicinali.

- Ragazzi, - disse - Facciamo nascere 'sto bambino! -

Gli indicarono dove stava Sonia. Vedendo il riparo messo su dai soldati, disse:

- Reparto femminile! -

Pascal era semicongelato, era rimasto lui seduto in testa alla slitta, tenendo le redini: Basile e l'ufficiale medico s'erano stesi dietro, ricoperti da un telo per proteggersi dal vento.

Sargìa notò che le mani di Pascal erano livide: un principio di congelamento! Nonostante le sue resistenze, gliele massaggiò con del grasso, poi gli fece togliere gli scarponi e fece lo stesso con i piedi.

Trascorse un'altra mezz'ora di attesa, Sonia di tanto in tanto emetteva un grido soffocato, la vecchia e l'ufficiale medico armeggiavano presso il suo letto. Di tanto in tanto, s'udiva la voce del medico:

- Ecco, ci siamo! Ancora uno sforzo! -

Basile, riscaldatosi un poco riprese a fumare. Pascal se ne stava accucciato in un angolo, con le mani e i piedi fasciati. Appariva stranamente turbato, quasi irriconoscibile per gli stessi suoi compagni. Dal suo volto era scomparsa ogni ombra di sicurezza, ogni segno di quella determinazione che sempre l'aveva reso così fiero.

- Pascal, sempre il solito eroe! - si complimentò Sargìa. Ma Pascal non rispose.

All'una di notte i soldati udirono un suono provenire da dietro le coperte, un suono  che li fece alzare, ridere, parlar forte, far battute, darsi pacche sulle spalle: un vagito.

E poi da dietro le coperte sbucò l'ufficiale medico:

- Ragazzi, abbiamo un bolscevico in più! -

E Pascal, seduto nel suo angolo, sorrise.

* * *

La nascita aveva riempito i soldati di soddisfazione, quasi come essa fosse opera loro; avrebbero voluto vedere il bambino, fare i complimenti alla madre, ma il tenente medico disse loro di far silenzio, che Sonia doveva riposare, e poi il bambino... trovarsi davanti dei ceffi come loro, avrebbe potuto anche rimanere rovinato!

Dopo la tensione dell'attesa anche i soldati, al pari di Sonia, erano stati invasi da un senso di spossatezza generale, e il sonno a lungo rimandato li vinse. Dormirono quietamente, assuefatti al rumore della tempesta: un manipolo di soldati poco più che ragazzi, una vecchia, una donna e un bambino, in un'isba dal cui comignolo il fumo veniva strappato dal vento.

Il giorno dopo si svegliarono di buon umore, piuttosto tardi. Si precipitarono dietro alla tenda, passando in rassegna di fronte al letto; il bambino era piuttosto piccolo ma vivace, poppava allegramente dalla madre, aveva anche lui gli occhi azzurri e i capelli biondi. Ma Sonia non parlava, neanche alla vecchia, rimaneva triste e muta, e se un soldato gli faceva intendere qualche complimento per il bambino, ella abbassava lo sguardo, o voltava il capo verso la parete dell'isba.

I soldati quasi s'eran scordati della battaglia ch'era avvenuta il giorno prima: verso le dieci della mattina giunse un mezzo semicingolato tedesco, dal quale scese un portaordini italiano. Lo scontro era stato vinto, i russi ricacciati al di là del fiume: ma la battaglia aveva destato ben più di qualche preoccupazione, il nemico appariva numeroso e determinato, e quel che peggio - quel che a loro mancava - era dotato di armi nuove di fabbrica. Si temeva che l'affondo russo fosse soltanto una prova per saggiare la resistenza del fronte: era stato dato l'ordine di costituire un presidio permanente in quel paese, per evitare manovre d'aggiramento; quel giorno stesso un convoglio ippotrainato avrebbe portato dei viveri e delle armi anticarro. Nel frattempo, i soldati avrebbero dovuto sistemare in qualche modo almeno un paio di isbe, per dar ricovero ad uomini e mezzi.

Così il gruppo dei soldati di Sargìa uscì nel biancore della neve reso scintillante dal sole che, fatto raro, quella mattina brillava sulla steppa, e prese a lavorare alacremente per rimuovere gli alti cumuli che la tormenta aveva ammassato contro le pareti dell'isba e del capanno. Di tanto in tanto, qualcuno quatto quatto spariva alla vista dei compagni: rientrava in casa per vedere il bambino, per vedere se alla madre occorresse qualcosa. Si parlava di fabbricare una culla, andare in cerca di panni più caldi di quelli con i quali Sonia aveva avvolto il neonato; ci si lamentava di come la giovane apparisse sempre triste, indifferente al bambino, e di come quasi a malincuore se lo portasse al seno, quando il piccolo piangeva per la fame; finirono per attribuire quel comportamento alla depressione che sempre seguiva il parto. Badarono poco alla vecchia, che se ne stava sempre silenziosa, impegnata nelle sue faccende. Ad un certo punto, Basile se ne venne fuori con un'idea:

- Chiamiamolo Giorgio! - Inconsciamente parlava come se il piccolo russo fosse figlio loro.

Gli altri si voltarono verso di lui, annuendo.

- Insomma, Pascal ci ha la sua bella parte di merito! -

Pascal scosse il capo, ma aveva sulle labbra un sorriso discreto che lasciava intender molte cose; disse con finto risentimento:

- Come, il mio nome ad un bolscevico! -

Pascal appariva stranamente cambiato, in un modo che i compagni non riuscivano pienamente ad intendere.

Terminato di spalare la neve, i soldati iniziarono a riparare una vicina isba semi-diroccata, con il materiale recuperato da altre andate completamente distrutte. Gli italiani erano imbattibili in queste opere di riparazione!

Così trascorse l'intera giornata: il bel tempo e il buon umore avevano a tal punto accelerato il lavoro, che alla sera Sargìa accordò ai suoi due ore in più di sonno per quella notte. Non era forse sabato? Così restarono a parlare e a scherzare nell'isba sino a tarda ora, come se la guerra fosse non a due passi, ma all'altro capo del mondo. Chiesero a Sonia come volesse chiamare il bambino: ella scosse misteriosamente il capo, poi le lacrime iniziarono a scenderle sulle guance; allora si decisero a lasciarla in pace. Doveva riposare!

Il mattino dopo il primo a svegliarsi fu Pascal. S'alzò in piedi senza far rumore, guardò i compagni che ancora dormivano sul pavimento dell'isba, poi con passo leggero si diresse verso il riparo teso dall'altro lato della stanza. Avanzava con cautela, per non urtare qualche compagno. Aveva un bruciante desiderio di vedere quel bambino mentre dormiva accanto alla madre, contemplarlo lui solo, nel silenzio, come fosse cosa sua.


Giunse al divisorio, scostò una delle coperte. Il letto era vuoto.

Pascal voltò il capo, vide la vecchia seduta accanto al finestrino, con il capo chino su un maglione che stava disfando per recuperare la lana. La vecchia s'accorse di lui, alzò il capo, lo fissò tristemente, senza fare un gesto, senza dire una parola. Poi interruppe il suo lavoro, e prese a guardare fuori dal finestrino.

Balzò alla mente di Pascal l'idea che la donna se ne fosse andata portandosi via il bambino; ma quando già stava per assalire di domande la vecchia, vide un rigonfiamento sotto la coperta che gli inchiodò i piedi all'assito. Con la mano tremante, svolse la coperta.

Cento volte Pascal aveva visto morti ammazzati, amici e nemici: cadaveri sfigurati dalle schegge delle bombe, corpi maciullati dai cingoli dei carri armati. Ma in quel momento, dalle sue labbra uscì un grido terribile, disperato.

Il bambino giaceva morto, con il visino pallido, la bocca socchiusa in un estremo tentativo di respirare.

- No! No! - andava ripetendo il soldato. I compagni si svegliarono di soprassalto, in breve l'isba fu tutta in subbuglio, sguardi pieni di orrore si posavano sul corpicino inanimato.

Ma come era stato possibile? E dove era andata la madre? Qualcuno si precipitò fuori dall'isba, a cercare Sonia. Ma la donna era scomparsa, dietro di sé aveva lasciata una lunga scia di orme che procedevano verso l'uscita del villaggio, proprio verso il punto da cui era arrivata due giorni prima. La notizia fu data a quelli che erano rimasti intorno al letto. Sconvolti, trattenendo a stento le lacrime, i soldati continuavano a vegliare il corpo. Pascal continuava a ripetere scuotere il capo, come inebetito. Ma ad un tratto ebbe un sobbalzo: il comportamento di Sonia, quello della vecchia, che se ne stava indifferente al finestrino, e quella bocca contorta nello sforzo di un ultimo respiro...

Pascal gettò un urlo di rabbia, bestemmiò, balzò di fronte alla vecchia urlando:

- Voi l'avete ammazzato, voi! Siete delle assassine... avanti dimmi, maledetta vecchia, è così? -

Il soldato fece alzare a forza la vecchia, prese a scuoterla violentemente:

- Maledetta vecchia! L'avete ammazzato! -

E la vecchia annuì.

- Lasciala, Pascal! - esclamò Basile. - Vuoi prendertela con una vecchia? -

Pascal lasciò la donna, che tornò a sedersi presso il finestrino come se nulla fosse accaduto. I soldati, sbigottiti per la nuova rivelazione, continuavano a rimanere attorno al letto, fissi a quel corpicino senza vita. Pascal appariva sconvolto, prese a maledire Sonia. Non era una madre, era un mostro! Ma Basile gli si avvicinò, e lo prese in disparte.

- Giorgio, ascolta... Forse non aveva casa, non sapeva dove andare...Forse il suo uomo è morto, o è lontano... Non vedi che inverno abbiamo di fronte? E prima o poi, qui scoppierà il finimondo... Qui c'è la guerra, Pascal! -

Trascorse ancora un quarto d'ora, i soldati se ne stavano cupi e pensierosi, mormorando tra loro. Quel corpo di bambino lì adagiato sul letto li inquietava più di mille cadaveri. Alla fine, fu Sargìa a scuoterli:

- Ragazzi! Il lavoro ci chiama. Ne abbiamo da fare! -

- E il bambino? -

- Bisogna seppellirlo. -

Il solo pensiero di gettare quel corpo nella nuda terra parve a molti intollerabile; Basile suggerì di porlo in una cassa per le munizioni da 32.

Ci vollero tre uomini per scavare la piccola fossa nella terra gelata, ai piedi di ciliegio poco distante dall'isba.

Quando si depose la bara, Pascal scoppiò a piangere dalla disperazione. Tutti i morti, tutte le violenze, tutte le distruzioni che aveva visto fino ad allora, gli vennero improvvisamente davanti agli occhi, gli riempirono il cuore di un'angoscia e di un terrore insopportabili.

Si gettò in ginocchio, di fronte alla fossa. Si prese il volto fra le mani, e fra i singhiozzi disse:

- Noi... noi lo abbiamo ucciso! -

 

 

Qui è possibile vedere alcune foto del fronte russo: mostra fotografica.