Tra le pagine di un libro

 

"Avventurarsi" fra le pagine di un libro: una passione che mi si è attaccata addosso fin da quando ho imparato a sillabare.  

Ognuno ha i suoi gusti in fatto di lettura. Io, ad esempio, sono piuttosto selettiva nella scelta delle mie letture.

Alcuni libri mi hanno particolarmente affascinata.

Altri mi hanno arricchita spiritualmente, culturalmente, intellettualmente, e nel frattempo anche divertita.

Come ad esempio "Eva e le altre" di Elena Loewenthal.

La scrittrice "riflette" e ironizza sui testi biblici con un tocco del tutto personale.

Non si tratta di studi dottrinali, niente a che fare con regole e dogmi dei vari credi ancorati alla Bibbia. In questi scritti l'autrice non si propone di rimarcare dogmi antichi e nuovi. Eppure personalmente ho attinto molto da queste letture, difficile smettere di leggere una volta iniziato un capitolo.

 

A questo punto penso sia doveroso annotare qualcosa dell'autrice e del contenuto del best seller.

Elena Loewenthal è nata a Torino nel 1960.
Lavora da anni sui testi della tradizione ebraica
e traduce letteratura d'Israele.
Insegna cultura ebraica presso la Facoltà di Filosofia dell'Università Vita Salute San Raffaele di Milano.
Collabora regolarmente con "La Stampa" e "Tuttolibri".
 

Prendendo le mosse da una serie di verbi (generare, vivere, tacere, ascoltare, amare...) nei quali si condensa il contenuto letterale e simbolico della Bibbia ebraica, privilegiando coraggiosamente la lettura dei testi biblici più trascurati e una prospettiva esegetica fuor d'ogni autorevolezza ma attenta ai valori femminili.

Elena Loewenthal si concentra su alcune figure archetipiche che contrassegnano i luoghi cruciali del testo sacro.

 

Eva, il serpente e l'inestricabile intreccio di colpa, conoscenza e morte;

Sara e l'intervento divino nel concepimento di Isacco;

la madre e le difficoltà del diventare e dell'essere madre;

il sacrificio della figlia di Iftach;

le donne mute, le prostitute e le figure ai margini, come i profeti Elia e Giona, restii a cogliere la vocazione;

 le tavole della Legge, costrizione e principio di libertà al tempo stesso;

Rut e la regina di Saba, e la capacità di plasmare il proprio destino, a ogni costo...

Un approccio guidato da un contatto stretto con il testo ebraico, forte di una vicinanza appassionata e dal desiderio di condividere queste letture.

 

"Elia: una biografia del silenzio"

(by Eva e le altre)

 

 

 

"Lo visitava: non nella tempesta e non nello squarciarsi della terra, cui nelle cupe pieghe trascorreva un fuoco vuoto, quasi vergognoso del silenzioso, ripido calarsi dell'Immenso sul vecchio Elia salito dalla montagna, che spaventato, avvolto nel suo manto, nel bisbiglio del sangue lo sentiva presente."

(Rainer Maria Rilke, Consolazione di Elia)

E dopo il fuoco, suono: silenzio sottile.
Il fuoco è la Geenna, il suono: silenzio sottile, è il giorno del Grande Giudizio...che è silenzio sottile.

(Midrash- Yetzirat Walad III)

 

 

Trascina con te la freccia durante la lettura.

Ti servirà come "segnalibro".

 


Non ha suono il vento, soffiando tace di quel silenzio inaudito fra gli spazi del cosmo. Non ha suono il vento: ciò che incontra lo accoglie e lo respinge e produce suono- un sibilo, un tumulto, un fischio basso, una specie di tuono. Ma il vento non ha suono così com'è, trasparente, e non appare se non nel moto delle cose, come l'immagine che affiora soltanto se ricalcata, la pellicola impressa soltanto dentro il buio.


Silenzio: si chiama il suono del vento.
Teofania del silenzio.


"Ed egli andò nel deserto per il cammino di un giorno e arrivò a sedersi sotto una ginestra dove chiese all'anima sua di morire. Disse: "E' troppo ora, Dio, prendi l'anima mia, chè io non sono migliore dei miei padri!" Poi si coricò e dormì sotto la ginestra, quand'ecco un angelo che lo tocca e gli dice: "Alzati e mangia!" Egli guardò, ed ecco accanto al suo capo c'erano una focaccia striata e un orciulo d'acqua. Mangiò e bevette, poi tornò a coricarsi. Ma l'angelo del Signore tornò una seconda volta, lo toccò e gli disse: "Alzati e mangia, chè lunga è per te la strada!" Egli allora si alzò, mangiò e bevette e, in virtù di quel nutrimento, camminò quaranta giorni e quaranta notti, sino al monte di Dio, Choreb.

Giunse colà a una caverna dove pernottò, quand'ecco che la parola dell'Eterno fu a lui, e gli disse: "Che cosa ci fai qui, Elia?"

Ed egli rispose: "Ho tanta brama dell'Eterno, Dio delle schiere, poichè i figli d'Israele hanno abbandonato il Tuo patto, i Tuoi altari hanno distrutto e i Tuoi profeti trucidato di spada. Sono rimasto io soltanto; cercano la mia vita per prendersela!"

Allora Egli disse: "Esci e poniti su un monte, al cospetto dell'Eterno: ecco l'Eterno che passa..." E un vento grande e forte che spacca montagne e spezza rupi era davanti al Signore.


Non nel vento, l'Eterno.
E dopo il vento, tuono.
Non nel tuono, l'Eterno.
E dopo il tuono, fuoco.
Non nel fuoco,l'Eterno.
E dopo il fuoco, suono: silenzio sottile.
E avvenne che quando Elia udì s'involse la faccia nel mantello e uscì sulla soglia della grotta, ed ecco a lui una voce che disse: "Che cosa ci fai qui, Elia?"


(1 Re 19:4-13)

 

Il silenzio lo chiama, Elia risponde con un gesto simile eppure diverso da quello di Rebecca, ed esce incontro a quel silenzio che ha udito. E che altro non è se non una domanda:

"Che cosa ci fai qui, Elia?
Non è rivelazione, è interdetta interrogazione. Nemmeno Elia sa cosa ci fa lì: sa soltanto d'essere spinto da un'ansia che non spiega- forse è gelosia o amore per il suo Dio, forse è soprattutto paura.
Chi può dire che ci fosse Dio in quel percettibile silenzio capace di essere udito?
Che il silenzio sia una voce del suono non contraddice nulla: il silenzio è ciò che di più udibile ci sia, a portata d'orecchio e d'ogni altro senso, anche interiore.
Il silenzio si fa sentire prima d'ogni suono. Ed è ciò che sente Elia e che lo fa uscire sulla soglia della grotta, perchè nel silenzio egli sa che qualcosa passa. Una domanda su se stesso: "Perchè sei qui?"


Qol demahmah daqah è il suono lieve di questo silenzio che giunge alle orecchie vibrando sul timpano in modo diverso da ogni altro suono.
La sequenza di parole regala alle labbra e al palato brevi baci senz'alito, come il vento che tace soffiando, eppure tocca tutto ciò che incontra.


Dom è una delle molte radici che in ebraico originano le parole per descrivere le tante sfumature del silenzio: c'è il silenzio che è pura quiete, c'è quello sordo che non sa nemmeno ascoltare, quello che viene imposto.

 

Dom comprende l'assenza di suono che è arresto, magari anche del respiro. Nella Bibbia si parla alcune volte di questo silenzio dell'anima (Salmi 62,2), quasi musicale a sentirlo.
Il sole che si ferma per Giosuè a Gerico produce il medesimo effetto. Spesso la radice è all'imperativo, a dire: Fermati e taci.
In Abacuc la pietra tace, per paradosso: Guai a chi dice: "Destati!" alla pietra muta.(Abacuc 2:19)
Subito dopo il profeta impone, come di conseguenza, un silenzio intimorito a tutta la terra, di fronte al cospetto divino: Taccia dal Suo volto tutta la terra!(Abacuc 2:20)
E qui usa un altro verbo ancora per zittire, dal suono lieve e drastico nel contempo: has.
Dio tramuta il silenzio in una calma dolce che forse è brezza, forse nemmeno quella.
In Israele è stata fondata una compagnia di danza che si chiama Qol Demamah: i ballerini sono sordi; muovendosi sentono qualcosa di impercettibile che pure vibra e fa vibrare corde interiori.


Il silenzio sottile è il messaggio di Elia, l'unico profeta a ispirare una sorta di tenerezza gentile quando lo si legge, mentre gli altri destano zelo, rispetto, muta ammirazione, punti di domanda a non finire. Forse perchè deve ancora morire, e aspetta. Alcuni connotati di Elia (di un numero pressochè infinito): "Era un uomo irsuto, con una cinta di cuoio sui fianchi."(II Re 1:8)
Profeta fugace ed estemporaneo, nella Bibbia parla poco e molto agisce. Ha un talento unico nel comparire e scomparire sotto le spoglie più inattese, fra le quali lascia sempre un indizio grazie al quale ritrovarlo, riconoscerlo, quando ormai se n'è andato lontano: E ora tu dirai: "Và, dì al tuo signore: 'Ecco Elia!'" E avverrà che io andrò via da te e uno spirito dell'Eterno ti innalzerà verso non saprò dove, e io andrò a dire ad Acab ed egli non ti troverà e mi ucciderà.(II Re 18: 11,12)

 


Elia c'è e non c'è, ma quando non c'è, non è detto che non ci sia. E' un profeta "vagante": per alcuni un po' squilibrato; per altri, invece, modesto come nessun altro della sua categoria.
Dice Rabbi Eliezer: "L'ho udito con le mie orecchie, l'Eterno Dio delle schiere che parlava, e che cosa diceva? Diceva: 'Guarda, quest'oggi ho posto di fronte a te la vita e il Bene, le morte e il Male.' Disse il Santo, sia Egli benedetto: 'Sì, queste due vie ti ho dato, Israele. Una di bene e una di Male: di Bene è della vita, di male è della Morte.' Il Bene ha due vie, una di equità e una di compassione, ed Elia- sia ricordato in bene- è posto fra queste due vie. E quando un uomo fa per imboccarle, Elia-sia ricordato in bene- gli si rivolge e dice: 'Si aprano le porte e venga un popolo giusto..."(Pirce Rabbi Eliezer, cap 15)
E' un po' profeta terreno, innanzitutto: i suoi miracoli rispondono frugalmente a bisogni primari. Dapprima, egli stesso è nutrito dai corvi con una razione quotidiana che è una sorta di manna personale. Più tardi, moltiplica per una povera vedova farina e olio, quasi a dire che per un poco di focaccia si sopravvive, solo a volerlo. Il bambino s'ammala comunque, perchè come sa anche Giobbe, "quando Dio è in combutta con il Male, le disgrazie danno in escandescenza". Ma Elia timidamente lo guarisce e lo rende alla madre, così come aveva fatto con l'orciolo dell'olio.
Poi sbaraglia i profeti di Baal, ma ancora una volta è intorno al cibo, sia che esso manchi o sovrabbondi: Disse Elia ad Acab: "Sali, mangia e bevi, poichè frastuono è la pioggia!"(I Re 18:41)
 Quando non si cimenta con il cibo. Elia riproduce in miniatura prodigi già compiuti: anch'egli divide le acque, ma non con un minaccioso bastone, bensì con un più cedevole mantello che prima piega e poi brandisce sopra un torrente, il Giordano. Comunque un riscatto gli spetta: un riscatto che non chiude il passato, ma apre un futuro sconfinato, una specie di apoteosi che sorprende ancora di più perchè se l'è meritata un uomo piccino, un profeta laborioso ma limitato, dalle parole poco toccanti e dai silenzi smisuratamente eloquenti.
"E avvenne che l'Eterno fece salire una tempesta al cielo.(II Re 2:1) E avvenne che mentre andavano camminando e parlando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco che li divisero, ed Elia salì nella tempesta del cielo. "(II Re 2:11)
Fulminea scomparsa del profeta che va incontro al proprio destino, un destino annunciato e conosciuto come se fosse la cosa più anale di questo mondo.
Qui la storia invece di finire comincia, chè la morte è fine e Male, come dice Rabbi Eliezer, ma anche un'inequivocabile certezza, l'unica di cui disponiamo.


Gli animali sono immortali perché non sanno di morire (Borges). Noi sì (o no). Elia invece ha mancato di morire, se n'è dimenticato, e Dio lo ha aiutato: quest'oblio di morte inquieta è come un conto aperto, un'esistenza lasciata in sospeso e formalmente incapace di andare incontro al mondo a venire, dove prima di vedere bisogna resuscitare, e prima di resuscitare si deve essere irrimediabilmente morti.
Elia non è morto, e per questo non può tornare in terra- non è morto, ed è un peccato per lui, perchè non morire inquieta, l'attesa si fa estenuante. Lo sguardo stanco oltre misura.
Dal momento dell'ascensione, in un'incertezza di suolo e tempo si consuma l'esistenza strana di un profeta senza troppa gloria, condannato a una condizione sospesa che ha ben poco della grazia divina. Elia s'industria, qualcosa diventa e qualcos'altro racconta, ma la sua carenza di morte costituisce una sopravvivenza provvisoria, molto più incerta di una qualsiasi morte.
Forse per rimediare a questa eccentrica condizione, Elia-dice la Mishnah (Eduyot VIII, 7)-
scende in terra per allontanare "chi è vicino per sbaglio e viceversa", come a ristabilire un ordine che la sua persona smentisce: lui, sì, è vivo, ma fuori dal mondo; lui, sì, è disordine, condizione vaga, perenne inquietudine.

 


Elia non dorme mai e, eternamente vigile, gode di un dono che è anche una condanna, quello dell'assistere a tutto ciò che avviene in terra: osserva e aspetta. A volte scende. E' virtualmente presente là dove si mette a rischio la vita, come nel caso di ogni circoncisione, quando il sangue cola, le grida sfondano muri e soffitti, il dolore divora il cuore. Forse non protegge e nemmeno salva dalla morte, lui che la morte non conosce, ma dall'alto del cielo verso il quale è salito, Elia resta un profeta "sociale", capace e desideroso di porsi in relazione con gli altri, assai più di quei profeti riottosi e incattiviti che inveiscono contro tutto il mondo, magari a ragione.


Anche a Pasqua è sempre atteso con lo slancio di una porta aperta e il vino rosso versato in un bicchiere. Se arriva, deve trovare tutto pronto, come se fosse l'ospite più abitudinario di questa terra: Elia non desta sorpresa, semmai un lieve disappunto per un ritardo che può essere di cinque minuti o di duemila anni, poco conta la differenza.
Del resto, Elia conosce e pratica ben poco la legge.
Lungo la tradizione ebraica, si limita a dire che, prima di prendere le uova da un nido, conviene aspettare che la madre o la chioccia non siano nei paraggi, per non causare un dolore inutile- un dolore che, comunque, poco più tardi arriverà ugualmente.
In compenso, pare che abbia le chiavi della pioggia, la quale, in ebraico e sul suolo arido ch'egli abita, è sempre una benedizione. La pioggia non è mai diluvio superfluo, un cielo grigio sino all'estenuazione sopra una terra satura: è sempre un desiderio ancora da esaudire, una sete da placare. Piovendo, il cielo si risveglia e si ricorda della terra, e non si nega mai in una sorta di cattivo torpore: ogni goccia che arriva è un regalo.
Ma è enormemente ricca la fenomenologia del profeta che non ha un libro con il proprio nome, quasi fossero molti a portare quell'appellativo- e forse è proprio così.
Elia può giungere sulla terra in ogni momento, fuorchè durante la vigilia del Sabato e delle feste, quando turberebbe i frettolosi preparativi che si devono compiere prima del tramonto. Qui è segnato in ebraico il confine fra un giorno e l'altro, secondo l'ordine che sta scritto nella Bibbia dalla prima volta che ciò accadde e, da allora, per sempre: "E fu sera e fu mattina: il primo giorno."
L'attesa del profeta è una specie di allenamento spirituale alla redenzione che impone di tenersi pronti ma, al tempo stesso, di pensare e agire come se Elia non dovesse mai arrivare, al pari del riscatto. All'ambiguità del tempo non resta che rispondere con pari ipocrisia: il punto di domanda accompagna ogni singolo secondo, ma la successione è talmente estenuante che i punti interrogativi passano inosservati come il tempo che trascorre. Ci sono, eppure è come se non ci fossero. E' la stessa incertezza a tenere Elia sospeso nell'aria, quasi fosse un ectoplasma che pigramente flotta, protendendosi vuoi verso l'alto vuoi verso il basso.

Quando scende, il profeta si trova spesso a dirimere piccole questioni insolute, contenzioni di poco conto, oppure ingiustizie che non meritano un tribunale, ma una parola al momento giusto. Pur venendo dal cielo, Elia resta più terreno che mai, ancorato com'è a una realtà quotidiana fatta di piccoli conti in sospeso.
Sembra che un giorno abbia detto: " Costoro (erano in due) andranno in Paradiso perchè sono buontemponi. A volte, anch'egli abita in Paradiso, iniziato ai segreti della Torah e a tutto ciò che le sta intorno. La tradizione dice che è lui a mettere per iscritto le opere di ogni individuo e la storia intera dell'umanità, che l'Eterno si limita a firmare in calce, quando gli garba.
Elia, afferma il Talmud, conosce che cosa fa il Santo, ma era assente dalla grande assemblea al Suo cospetto. La solita storia, secondo lo Zohar, Elia c'è e non c'è: anche sul Carmelo, dove riceve una rivelazione imperscrutabile, è presente a modo suo. "Silenzio" dice di lui il suo successore, Eliseo. Sul Carmelo, un angelo trasmette al profeta le settadue lettere del nome divino, in modo che quell'uomo non abbia a conoscere l'amaro sapore della morte che tutti aspetta. In cielo, Elia resta un corpo di carne e sangue perchè non è fatto di polvere della terra, bensì della corteccia dell'albero della vita. Forse è un angelo che, salendo, non ha fatto altro che tornare alla propria origine. Nella cerchia che sta intorno all'Eterno, egli commenta i segreti della Torah con pacata disinvoltura. Sa e non sa.
Ma lassù in cielo, privato della morte e d'ogni riposo, Elia soffre un esilio, per quanto supremo. Scaccia il tempo consolando il Messia che nessuno ancora chiama in terra, e per questo si dispera; di certo, patisce una nostalgia senza paragoni, una specie di languore paziente ancora tutto da raccontare. Quando scende in terra, lo fa non per senso del dovere, ma per una spinta di puro sentimento.

Il cosmo è pieno di silenzio. Tace la luce che si propaga e dà corpo alle cose, tacciono le stelle che muoiono a una distanza incalcolabile, tace il viaggio di corpi che la luce non afferra.
Nella Bibbia, il silenzio è la musica di una teofania minore. Dio parla a Mosè dentro un roveto che ardendo non può fare a meno di crepitare fastidiosamente, rimbomba nel tuono di un mare che s'apre conducendo i figli d'Israele fuori dalla schiavitù d'Egitto, con voce stentorea rivolge ad Abramo i suoi mille, impossibili comandi. Urla per bocca di tanti profeti attanagliati dalla disperazione. Con Elia tace.
Con lui si nega nel vento di bufera, nel tremito inconsulto della terra. Lì, non c'è alcuna rivelazione, se non una voce di natura che parla per sé.
Elia s'affaccia dalla grotta solo quando il silenzio si apre la strada, sbaraglia ogni rumore pur di farsi ascoltare. Esce per sentire, vedere il silenzio. S'è accorto che c'è.
Anche il tacere ha il suo alfabeto. In ebraico esiste l'assenza pura di suono, che è quiete senza pensiero. Con un lieve anagramma che sposta una consonante, questo silenzio si fa più imperioso: da sheqet diventa shetiqah- silenzio di genere femminile, che proviene dal suo contrario, che interrompe un rumore, una parola scandita.
L'assenza di suoni può infatti dare l'impressione che sia da sempre e per sempre così, e può essere una condizione provvisoria, un intervallo incalcolabile- breve o lungo- fra un suono e l'altro. Le due parole si parlano, cambiando posizione a una lettera della radice ebraica che entrambe origina.


Vi è poi un silenzio che graffia: in ebraico porta la radice charash, che descrive anche il solco lasciato dall'aratro o dalla pala sul suolo per coltivarlo, cioè possederlo. Questo è un silenzio "sottovoce". Sta sotto a ogni voce, come il seme che resta sepolto anche quando è diventato fiore- un fiore magari già appassito e morto e riverso sul terreno. Da questa radice enigmatica deriva anche la parola per dire "sordità", che è inabilità a ricevere suoni e, dunque, possibilità di creare intorno a sè un silenzio soggettivo, una specie di atmosfera o forse un muro invisibile contro il quale i suoni rimbalzano sordi, verso chi è in grado di udirli e li percepisce diversi ora che qualcosa di sordo li ha ricevuti e poi trasmessi, a suo modo.
Dom invece è il silenzio muto, occluso: una bocca che s'apre a vuoto, disperatamente, una parola morta prima di nascere, il bisbiglio che non riesce a risalire dalla gola perchè un nodo serra tutto.
Nel silenzio di questa teofania minore, Elia e Dio non comunicano affatto: forse si guardano in faccia, ma entrambi restano zitti. Mosè ascolta tuoni, bruciori e parole. Per Abramo si ripete il solito ritornello: "Va'..." Elia soppesa con le orecchie quel silenzio e, folgorato, capisce che per lui è lì la rivelazione fatidica: non nella teoria di frastuoni che l'ha preceduto. Ma tutto si conclude in quell'istante che passa tra il buio della grotta e un gesto che fa capolino sull'uscio, verso la luce.
 

   

 

Che cos'è allora il silenzio? E che cos'è questo silenzio? Un mettere alla prova i sensi che, sfidati dall'assenza, tacciono. Da quel silenzio, Elia non trae nulla: non una nozione né un sentimento in più. Osserva e riconosce, tutto qui. Questa teofania minore, riservata a un profeta che non lancia roboanti parole al mondo, ma dialoga per lo più fra sé e sé, non ha nulla della vulcanica esplosione di significati che è possibile ricavare da ogni particella di parola divina, nulla dell'annuncio che disegna nei dettagli una storia futura già scritta nel cielo. Questa teofania minore è un paradosso perchè, in quanto silenzio, non dice davvero nulla: lascia in sospeso ogni reciproca conoscenza e, insieme a essa, la sete di erudizione, sapendo che non sarà mai abbastanza perchè il mistero è lì, l'inconoscibile anche, presente come il cielo nero ogni notte, con le sue stelle poste a una distanza assurda, impensabile.
Questa rivelazione che tace sottile è forse la cosa più sincera fra tutte quelle che Dio ha elargito all'uomo attraverso la Bibbia, vacillante scala di Giacobbe dove gli angeli salgono e scendono in perfetto mutismo, senza dire né esprimere alcunché.
Elia s'accontenta di sentire quel silenzio con ogni sua fibra: lo vede, lo ode, lo annusa, forse lo tocca persino. E questo passa così com'è arrivato. Dopo il silenzio, silenzio.
La rivelazione di Elia corrisponde esattamente al punto in cui il roveto ardente aveva colto lo sguardo e l'orecchio di Mosè: un miraggio divino che era innanzitutto un monito a tenersi lontani, almeno di qualche misura, da quella caustica manifestazione sovrannaturale. Mosè osservò, qualcosa riconobbe e molto gli venne detto, ché altrimenti ben poco avrebbe dedotto dallo strano fenomeno: un roveto ardente non è necessariamente una figura divina.
Per contro, a Elia non viene detto nulla: il silenzio sta lì, e nulla dice per farsi riconoscere, per dar modo di capire che esso è qualcosa di affatto diverso dal tuono e dalla bufera che l'hanno preceduto. Anche questa voce sottile sancisce un confine invalicabile: non capisco né capirò.
"Potrà mai esservi il dubbio in Colui che sta in cielo?" domanda un maestro stordito (Ghittin 6b). Nessuno risponde, se non nell'evidenza del paradosso: anche le contraddizioni sono parole del Dio vivente. Anche il silenzio che non dice e non c'è, e che altro non spiega se non che la conoscenza è un'illusione.


In fondo, la rivelazione di Elia è intrisa dello stesso scetticismo disincantato; con tutti i mezzi che Dio aveva a disposizione per rivelarsi, per colmare anche se con immensa approssimazione la distanza che si pone tra sé e il mondo, perché - stando a Elia- ha scelto proprio il silenzio? Per paradosso forse. Per alimentare quel margine di dubbio che è l'unico spazio concesso alla conoscenza. "Sono più nel silenzio che nelle voci del mondo", racconta il Signore, passando come suono sottile e impercettibile. E' quasi una figura retorica, questo suo passaggio: un "no" seguito da un altro "no", che forse neutralizza il primo ma magari non lo fa, che forse convive come una cosa e il suo contrario dentro l'onnicomprensiva mente che ha creato il mondo.
Forse Dio voleva che Elia si domandasse: "Com'è possibile?" E invece il profeta non l'ha fatto. Accetta quell'assurda evidenza e si accontenta. E' un profeta minore, battagliero ma timido. Forse Dio anziché consegnarlo alla morte lo chiama in cielo per spiegargli ciò che quel silenzio diceva fra le righe e che lui non ha capito, limitandosi ad accogliere la rivelazione senza fare domande. Mosè fa domande, Abramo risponde a Dio eseguendo immediatamente ciò che il Signore gli ordina ogni volta. Elia prende per buona quella teofania e non chiede nulla di più. E' l'esatto opposto dell'eroe, perchè la sua sicurezza sfronda ogni seguito di storia. Per lui, tutto sarebbe potuto finire così: in quel silenzio sottile nel quale deduce la presenza di Dio. Elia non chiede null'altro.

"Quando un uomo chiama un suo compagno", dice un commento, parlando del silenzio, "la voce ha una 'figlia di voce' che torna." Un'eco non sempre percettibile, forse ciò che racchiude il senso del comunicare, la sensazione che quello che si è mandato lungo le onde del suono non torna indietro, o fa ritorno diverso. L'illusione, o la speranza, che il mondo tutt'attorno non senta, destinatario a parte.
Sul Sinai, invece, prosegue il commento, la voce non aveva "figlia": pronunciamento a suo modo sterile, o meglio senza ritorno. Tale fu anche il silenzio- che Elia chiama, e non può fare a meno di chiamare, suono, qol- in quell'altro luogo. Qui e lì, Dio mise a tacere il mondo intero- superiori e inferiori, senza altre distinzioni- e, nel silenzio, il mondo tornò a essere caos primigenio, tohu wavohu, dove il suo rumore non aveva né eco né risposta.
Voce in sospeso, esattamente come il destino unico di Elia fatto salire in cielo per equivoco, e rimasto da allora a flottare fra la vita e l'attesa.

In un libro che porta il suo nome, scritto molto tempo dopo la Bibbia, Elia divide il tempo in un trittico composto ciascuno da duemila anni esatti. Si parte dalla cacciata dal Paradiso, che segna l'inizio di un tempo prima assente, giacchè quella dimensione dell'esistenza era ignara d'ogni mutazione e passaggio.
Duemila anni di caos, duemila anni di Torah, duemila anni messianici e , infine, il ritorno al Paradiso per uccidere- forse nel silenzio- il tempo. Così vuole il profeta Elia, ragionando in quel suo territorio esclusivo sospeso fra cielo e terra, invitando forse a non guardare indietro, perchè tanto è destinato a tornare dov'era prima, e i duemila anni di caos valgono quanto quelli del Messia tanto atteso. Chissà che questo effimero passaggio fra un giardino dell'Eden e l'altro non sia anch'esso una forma di eternità.
Con l'ascensione di Elia in cielo finisce la storia biblica, ma ne comincia un'altra, suprema e sfiancante al tempo stesso, fatta di attesa e di discese per ingannare l'attesa.
Elia è il trasformista della storia per eccellenza, colui che interviene sia là dove meno lo si aspetta sia dove è grandemente atteso, ora sotto spoglie riconoscibili ora con sembianze più arcane.
Il suo è un manifestarsi che il soggiorno in cielo ha reso non meno enigmatico di quello divino: parole e silenzi, fuochi che ardono e tuoni che, passando, ingannano.
Il compito di Elia è quello di lasciare - in attesa dell'attesa del Messia- il minor numero possibile di cose in sospeso nell'economia sociale che regola i rapporti fra gli uomini. Beffardo destino, il suo, sospeso fra cielo e terra per regolare "sospesi". Lo scotto per non essere morto? Più probabilmente una vocazione che gli era stata imposta ben prima, quando era ancora sulla terra.
Eterno secondo. Profeta non degno neppure di un libro biblico. Tramite per miracoli già visti, che egli sfodera in tono minore. Attendente celeste alla corte degli studiosi, più esperti di lui in fatto di legge e dottrina. Longa manus di Dio per le questioni più basse, gli interventi meno dispendiosi. Vice del Messia, suo maggiordomo.
Elia, l'unico assunto in cielo in tutta la Bibbia e nella tradizione, è un umile comprimario consapevole del proprio ruolo al punto da compiere uno dei gesti più commoventi del Libro, così simile a quello di Rebecca, con un lembo di telo: prende il suo mantello e lo piega diligentemente, prima di distenderlo sul fiume e attraversare all'asciutto quel fazzoletto d'acqua così minuscolo in confronto al mare che il bastone di Mosè aveva aperto con un gesto plateale.
 


Elia è la misura d'uomo che più assomiglia a tutti. Elia, i cui miracoli avvengono quasi sempre intorno a un tavolo, per un tozzo di pane e un poco d'olio. Elia, che riconosce un silenzio enigmatico, ottuso e sordo, e s'illude che sia ciò che Dio vuol dire a lui, soltanto a lui.
E' l'antieroe per eccellenza; la sua figura è talmente modesta da concedere ogni possibile sovrapposizione d'immagine: il profeta potrebbe essere chiunque, basta un travestimento. Egli torna sulla terra per nostalgia, ma anche perchè non può farne a meno, umano com'è, malgrado sia stato un giorno rapito in cielo da un carro di fuoco.
Eppure è anche il profeta per eccellenza; Eliyahu ha-Navi, "Elia il Profeta", lo chiama la tradizione. Quel silenzio interpretato con arbitraria folgorazione come una presenza divina gli ha fatto conquistare l'appellativo che lo definisce da allora in poi. Prima dell'attesa e della speranza, prima di ogni afflato divino sulla terra o di qualcosa creduto tale, c'è Elia che anticipa, prepara, sonda il terreno. A lui è riservata quell'ascensione, unico fra i profeti. Ezechiele appare in alto, vede e testimonia, ma nulla ci dice come sia arrivato lassù. Soltanto Elia ha il privilegio di mostrare ad altri quel cammino unico e inafferrabile, carro e cavalli di fuoco.

Suono: silenzio sottile. La trasposizione italiana rende solo un'approssimativa fede alla democratica assonanza dell'ebraico, affatto intraducibile: qol demanah daqah. I suoni si succedono e tornano e si richiudono intorno al nucleo di silenzio. E' una costruzione perfetta, e perfettamente eloquente in se stessa. Inspiegabile. Inviolabile.
Elia non descrive nulla di questo silenzio: dobbiamo fidarci di lui e dare senso a questa suggestiva sequenza di parole che contraddicono l'assunto, suoni a parlare di silenzio. Elia non è neppure certo che Dio sia lì dentro: succede soltanto che quel silenzio interrompe la stentorea sequenza di manifestazioni naturali che avrebbero potuto facilmente essere scambiate per divine.
Elia entra in quel silenzio: gli basta far capolino dalla grotta per ascoltare, per divorare quel momento così come aveva fatto con il pane portatogli dai corvi a suo tempo, sul monte. Non lo legge, perchè è illeggibile, né lo decifra. Lo scandisce con quelle tre parole unite da un vincolo di fratellanza- nessuna dipende dall'altra, non c'è sintassi in quella frase, ma qualcosa di più intimo e ben più intraducibile.
Rinunciare a capire: non resta che fare questo. Contemplare quel silenzio senza entrarvi come fece Elia. Perchè se ne è fuori. La musica di quelle tre parole è tutto ciò che resta. Il momento giace nel passato, molto più lontano dei duemila anni che, secondo la penna di un apocrifo Elia, segnano il passo del tempo nella nostra storia, un battito dopo l'altro, ma muto. Quel silenzio lontano si fa forse guardare, ma null'altro. Risuona con un'infinità di "figlie di voci" che sono echi, ma taciti, senza suoni come la matrice. E basta.
Elia ha rinunciato a capire e poi è salito in cielo con una specie di condanna- o forse beatitudine, ma approssimativa.


Rinunciare a capire è un modo come un altro per imparare ad aspettare il futuro.

 

Quello che sta sempre un passo più lontano da dove ci si trova e non arriva mai, a meno di non attenderlo.
Poco dopo quell'imperscrutabile rivelazione composta da tre note di quel silenzio che s'accarezzano a vicenda - qol demanah daqah-, Elia annuncia al suo successore, Eliseo, che sta per salire in cielo.

E lo fa con un tono prosaico e immediato che, ancora una volta, esplicita pienamente l'indole schiva del profeta:

"Sai tu che il Signore oggi renderà il tuo signore sopra la tua testa?"

 

Ed Eliseo rispose : "Lo sapevo anch'io, tacete!" (II Re 2:5)